Sostenibilità: un trend nel settore del legno-arredo

19 10 2009

Venerdì sono stata a FUTSU, convention dedicata agli ultimi aggiornamenti sull’industria del legno-arredo. L’evento, organizzato dal Consorzio Universitario di Pordenone, è stato strategicamente realizzato in concomitanza con il salone internazionale dei componenti e accessori per il mobile, il SICAM, a Pordenone.

Molti i diversi relatori che si sono susseguiti sul palco, provenienti sia dal mondo aziendale che della ricerca o dell’università. L’intenso e pretenzioso programma era stato suddiviso in quattro macro sezioni (ambiente, IT, nuovi materiali, trend globali) che declinassero in modo diverso ma complementare quali siano le nuove sfide e prospettive per gli attori del comparto.

aziendale con il tema del rispetto dell’ambiente.Una rassegna nel nome della sostenibilità ambientale, come è stato chiaro già dalla scelta dello speaker che ha introdotto FUTSU, Gabriele Centazzo, l’imprenditore di Valcucine noto per aver legato il suo successo. Nonostante fosse teoricamente l’argomento solo della prima sessione, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile sono stati in qualche modo il lait motiv dell’intera giornata. Non solo discutendo di strategie di comunicazione e innovazione (con le testimonianze di COPAT e IKEA e i rapporti di Federlegno Arredo) ma anche affrontando i temi dei nuovi materiali, vuoi perchè realizzati a partire da materiali riciclati, vuoi perchè realizzati riducendo l’impiego di energia e materie prime fossili, vuoi perchè implichino processi di produzione meno impattanti sull’ambiente.

La ricorrenza delle tematiche della sostenibilità sembra essere un indice del fatto che essa rappresenta uno dei trend principali che sta motivando l’innovazione nel settore. Un elemento che è emerso da quasi tutte le relazioni che hanno toccato questi temi è che essenziale per lo sviluppo e il successo di innovazioni sostenibili è in primo luogo la conoscenza e poi la consapevolezza, sia da parte dei consumatori che delle aziende stesse. In questo senso le certificazioni ambientali si sono dimostrate un utile strumento, nelle parole delle aziende e dei rappresentanti del distretto o delle associazioni industriali, per monitorare le proprie performance ambientali e per comunicarle ai consumatori. Conoscenza, indispensabile per realizzare le innovazioni sostenibili, che spesso viene costruita insieme a soggetti esterni all’impresa: fornitori o KIBS, come il CATAS, centro ricerche-sviluppo e laboratorio di prove specializzato nel settore legno-arredo.

Altro aspetto importante e complementare sottolineato da molti speakers è quello dell’importanza del considerare tutti gli attori della catena del valore per poter realizzare innovazioni che riducano concretamente l’impatto sull’ambiente, rispettando la legislazione e facendo leva su queste tematiche sul mercato finale. Mi ha stupito molto che soggetti diversi si siano indirizzate nel sottolineare l’importanza del Life Cycle Thinking: per essere sostenibili è importante selezionare, gestire e controllare anche le fasi a monte e a valle del proprio processo produttivo. Indispensabile in questo senso è la funzione del design, che ad esempio può concepire una cucina in cui tutti i componenti siano facilmente separati gli uni dagli altri, per favorire il riciclo alla fine del ciclo di vita, come l’ultima cucine Valcucine.

Anche il ruolo dei nuovi materiali sembra essere una frontiera promettente per l’innovazione sostenibile nel settore del mobile. I bio-polimeri sembrano essere una tecnologia già in grado di sostituire gli equivalenti a base fossile, senza troppi investimenti nei processi produttivi esistenti, per realizzare prodotti quali le schiume o le vernici.

Insomma, non è sempre vero che le tecnologie alternative non sono già disponibili. Piuttosto forse, esiste un problema di comunicazione e di mancanza di informazioni. Quello che è sicuro, invece, è che in un settore importante per l’economia italiana come quello del legno-arredo innovazione fa sempre più spesso rima con sostenibilità ambientale.

Valentina



E luce fu!

18 05 2009

Tra le mille attrazioni che la fantastica Copenhagen offre, non mi sono lasciata sfuggire la possibilità di visitare la mostra “Future Lights” ospitata dal Danish Design Centre.

La Danimarca è famosa per il suo design e tra gli oggetti in cui eccelle lampade e lampadari sono sicuramente i più importanti. Negli anni, vari designer danesi si sono succeduti nel trasformare un oggetto di uso comune in un puro oggetto del desiderio. E d’altronde non c’è da stupirsi che in un paese dove durante la maggiorparte dell’anno la luce non c’è, ci sia una grande attenzione al sistema d’illuminazione. Recentemente, l’attenzione all’estetica si è incrociata sempre di più con l’attenzione all’ambiente, come dimostra l’esposizione allestita nel più importante centro del design danese.

L’oggetto della mostra era la luce e l’illuminazione, con il preciso scopo di raccontare attraverso la voce e le creazioni dei designer danesi come sia possibile unire l’utile al dilettevole, l’innovazione con la sostenibilità ambientale. La mostra vale sicuramente la visita: oltre a raccogliere i prodotti innovativi del settore è anche un bel modo per capire appieno il potenziale di utilizzare sistemi innovativi di illuminazione che riducano l’impatto ambientale.

Tecnologia. Un primo semplice passaggio ad un illuminazione più pulita parte da una semplice sostituzione delle lampadine utilizzate. Passare dalla lampadina ad incandescenza a lampade alogene o a led riduce di moltissimo l’energia impiegata (soprattutto, quella sprecata) e aumenta anche gli effetti positivi della luce sull’umore e la produttività dell’uomo.

Gestione. Ma rendere l’illuminazione sostenibile non si completa semplicemente nello svitare tutte le lampadine esistenti per sostituirle. C’è un potenziale di energia risparmiata ancora maggiore nella gestione più efficiente della luce, una gestione intelligente che gestisca al meglio non solo il quando ma anche il quanto e il cosa illuminare, in base alle reali esigenze. Ogni lampada rivolta a illuminare uno spazio inutile è una grande bacino potenziale di energia che viene sprecato ogni giorno, soprattutto nell’arredo degli spazi urbani e nei locali pubblici, dove chi preme l’interruttore non è chi paga la bolletta.

Interazione. Ma la gestione sostenibile della luce non è solo questo. Può essere molto più che semplice reazione, riduzione degli sprechi e perfezionamento delle tecnologie. Quello che la rende materia interessante per designer e aziende è il fatto che il sistema d’illuminaizone può diventare un fantastico strumento di innovazione. E il modo più interessante, da quanto ho visto, è quello di renderlo interattivo. Le potenzialità in questo senso sono immense quanto la fantasia di designer ingegniosi e orientati alle vendite. Le cose più intriganti che ho visto alla mostra sono state la possibilità di cambiare colori, intensità e movimento delle luci con il passaggio delle persone o in base ai differenti suoni. Oppure il fatto che la luce si accende appena ti siedi sulla poltrona, cambia colore in base al colore delle cose che appoggi sulla sedia, si diffonde gradatamente a simulare l’aurora per un risveglio soft.

Insomma, nel connubio design - sostenibilità c’è molto più che un semplice risparmio, un adattamento alle nuove tecnologie. Il vero potenziale, soprattutto economico, sta invece nelle innovazioni che rende possibile, sinergie che possono trasformare e arredare spazi urbani rendendoli interattivi e divertenti risparmiando allo stesso tempo sui costi.



Cronache dal XXII CleanTech Forum

7 05 2009

La scorsa settimana a Copenhagen si è tenuto la ventiduesima edizione del Clean Tech Forum, l’unica tappa europea dell’evento organizzato da CleanTech, un gruppo ocn base negli US che si occupa di promuovere lo sviluppo e la commercializzazione di tecnologie verdi, offrendo servizi informativi, ricerche ad hoc e soprattutto, fornendo un link tra il mondo delle imprese green e Venture Capitalist pronti a investire in tecnologie ad alto potenziale.
Il gruppo è in attività fin dal non sospetto 2002 e in sette anni si vanta, tra l’altro, di aver lanciato centinaia di cleantech investment funds e raccolto 1,5 billion USD$ per aziende lanciate ai forum. I dati raccolti dalle loro brochure possono essere sicuramente messi in dubbio, ma se l’evento è riuscito a catalizzare più di 400 partecipanti nonostante i 2000 dollari richiesti per l’ingresso, sicuramente qualcosa di vero deve pur esserci.
L’imponente prezzo all’entrata non mi ha scoraggiata dal partecipare all’evento, e da brava italiana ho trovato il modo di non perdere questa interessante occasione. Posso così condividere con voi le impressioni vissute da dentro l’organizzazione su un’intensa tre giorni di presentazioni di nuove tecnologie e seminari sullo stato dell’arte delle tecnologie pulite su prospettive future e problematiche in tempo di crisi.

In generale, il forum è stato molto interessante, grazie al fatto che ha messo insieme il mondo della ricerca, personaggi di spicco della politica (c’era perfino la ministra dell’economia danese), ma soprattutto del mondo della finanza (rappresentati da varie banche europee e da dozzine di interessatissimi VCs) o della consulenza (McKinsey e Deloitte, per esempio, che si stanno dando molto da fare recentemente in termini di servizi per la sostenibilità) e dell’imprenditoria. Tra le aziende accreditate a presentarsi all’evento, moltissime start-up, ma anche aziende avviate in cerca di finanziamenti per nuovi progetti per lo sviluppo di nuove marchingegni per sfruttare l’energia di fonti rinnovabili o realizzare nuovi incredibili materiali da materie prime seconde. Tra le varie presentazioni, la cosa che mi ha appassionato di più ascoltare sono state proprio le idee aziendali, Un po’ perché alcune erano davvero divertenti (come quella dell’azienda che crea mattoni decorativi, riciclabili, dalle bottiglie di plastica che non possono essere altrimenti riciclate, o i vari rivestimenti o vernici nanotecnologici dalle miracolose proprietà) un po’ perché credo che, anche se spesso sottovalutate, le imprese siano le vere protagoniste di questa possibile rivoluzione verde, i mattoni Lego dell’economia pulita.

E le innovazioni verdi, davvero, non mancano. Così come sono in crescita gli investimenti in rinnovabili&C. (alla faccia della crisi). A sedere in quelle stanze la vera domanda che sorge è perché, nonostante le moltissime soluzioni green esistenti, il mercato attuale siano ancora per lo più tutt’altro che pulito. Una prima risposta riguarda le performance (finanziarie) di queste tecnologie (ahimè, nessuna delle rinnovabili sembra ancora in grado di essere redditizia in assenza di sussidi), così come merita una menzione il mercato finale, ancora poco attento. Tuttavia, il grande sforzo che i policy maker stanno facendo per spostare la produzione verso standard più green (serve ricordare il fiume di dollari previsti dal green stimulus plan di Obama?), unito agli altri, molti, driver che spingono le aziende verso un’economia più pulita, dovrebbe aver raggiunto risultati migliori.
Il fatto che questi risultati non siano, ancora, raggiunti ci dice che questa domanda è alla ricerca della sua risposta. E come ricercatori, ci dice che c’è bisogno di restare su questa domanda, per trovare una risposta più completa e articolata del semplice “non è vietato per legge” o “non paga”, una risposta che sia in grado di indicare quali sono i colli di bottiglia e le difficoltà che impediscono alle tante invenzioni che ho visto in questi giorni di diventare delle innovazioni di successo.

Valentina



L’eco sostenibilità di Philips

9 02 2009

La responsabilità sociale d’impresa è associata da sempre all’idea di grande azienda, che stila un rapporto annuale sulle sue attività pseudo-sostenibili, a livello sociale o ambientale, per purificare la sua immagine agli occhi di consumatori sempre più sospettosi sulla attività produttive delle multinazionali.

Eppure qualche caso positivo di azienda che si muove oltre il “greenwashing” c’è. Prendiamo ad esempio Philips. Multinazionale, produttrice di prodotti ad alto consumo e ad alto consumo energetico, ha il profilo perfetto per il ruolo della “cattivo”. Ma negli ultimi anni ha lanciato una campagna con cui ha completamente ri-disegnato la propria immagine, e si è lanciata anche in una serie di iniziative a livello ambientale che la rendono uno dei casi più interessanti sul panorama internazionale. Ciò che rende interessante, secondo me, il caso Philips è il fatto che è riuscita nell’arduo compito di conciliare rispetto per l’ambiente e profittabilità, aumentando la propria capacità competitiva tanto da contribuire a risolevarla dalle cattive acque in cui ha navigato. E il tutto grazie anche a una campagna pubblicitaria intensiva e soprattutto coerente con la nuova strategia aziendale.

Ma cosa ha fatto di concreto Philips per meritarsi tanta attenzione (e anche successo di mercato)? La storia ambientale di Philips inizia nel 1994, con i primi miglioramenti ambientali che ora si sono evoluti nel quarto EcoVision program, lanciato nel 2007; una sorta di dichiarazione d’intenti che punta a generare il 30% dei profitti dell’azienda grazie proprio ai prodotti verdi, raddoppiare gli investimenti green e migliorare l’efficienza ambientale dei propri processi produttivi. E fin qui niente di nuovo. Ma la parte che mi ha interessato di più, da markettara, è stato la lettura del Green Flagship Project, che assegna un marchio, il Philips Green Logo, ai (propri) prodotti che hanno delle peformance ambientali superiori agli altri prodotti nel mercato. L’idea è che mentre ci possono essere molti prodotti green, solo i migliori possono ricevere il Green Flagship status. Grazie a questo logo, e alla campagna di comunicazione che lo supporta, ad ogni consumatore è assolutamente chiaro, quando entra in un ferramenta o in un Euronics, quale sia il prodotto che ha migliori performance ambientali, anche se magari era partito da casa senza nemmeno pensare a questa caratteristica come a una variabile del suo processo d’acquisto.
Un’idea originale, quella di apporre un proprio marchio ai prodotti per segnalarne la posizione relativa, più che un risultato assoluto, che dà comunque un fortissimo ritorno di immagine per i prodotti, senza aver necessariamente “sconvolto” il proprio processo produttivo.

Un po’ di furbizia, un po’ di marketing, un po’ di sana coscienza ambientale e il logo è fatto! C’è da dire che comunque questo marchio è (abbastanza) affidabile, visto che è certificato da parti terze, e soprattutto è uno stimolo verso un eco-design di prodotto per l’azienda. Le aree in cui viene misurata la performance ambientale del prodotto sono sei: l’efficienza energetica, la riciclabilità, la durata del prodotto, il packaging, i materiali (pericolosi) utilizzati/contenuti e il peso del prodotto. Il prodotto con il Green Logo deve avere performance superiori del 10% o più rispetto ai concorrenti in almeno una di queste sei categorie e nelle altre deve garantire almeno lo stesso livello. Questo progetto, in coerenza con gli obiettivi aziendali, ha portato a delle innovazioni di prodotto molto avanzate in Philips, specialmente nel settore illuminazione, dove possiede la leadership a livello mondiale, settore in cui ha realizzato interessanti prodotti che raggiungono un risparmio energetico della metà rispetto ai sistemi di illuminazione tradizionali (con prodotti per l’illuminazione pubblica) o addirittura dell’80% (con le lampade a LED).

La bella notizia che impariamo da Philips è che realizzare innovazioni eco-sostenibili non solo si può, ma anche può rappresentare un settore ad ampi profitti. Di più, che affinché questo sia possibile questo sforzo di eco-design deve essere sviluppato coerentemente e in concomitanza con attività di comunicazione e più in generale con la strategia aziendale a livello più ampio, in modo da poter beneficiare anche dei ritorni d’immagine relativi, oltre che dall’eco-efficienza in produzione.

Valentina



Ambiente fa rima con Economia

30 12 2008

Perché sostenere un tipo di produzione eco-sostenibile? Climatologi, scienziati e ambientalisti hanno cominciato da tempo ad esporre le loro ragioni, evocando la necessità di un cambiamento nei modi di vita e nei sistemi produttivi per evitare conseguenze climatiche catastrofiche. Queste previsioni hanno lo stesso tono e gli stessi agghiaccianti pronostici da molto, molto tempo, ma sembrano riscuotere poco successo, sul piano concreto. Forse perché l’uomo non è programmato per vivere immaginando la catastrofe imminente, forse perché le leve dei cambiamenti hanno altri nomi, che, magari, fanno rima con Economia.
E infatti anche qualche economista si è posto la domanda del perché produrre eco-sostenibile. E le risposte sono molto interessanti, perché dimostrano che sviluppo economico e sviluppo sostenibile possono crescere contemporaneamente nella stessa direzione. Soprattutto per quanto riguarda i posti di lavoro e il rilancio di alcuni settori dell’economia che più stanno patendo le recenti vicissitudini economico-finanziarie.
Un recente studio condotto da un gruppo di ricerca della Duke University, per l’Environmental Defense Fund, l’Industrial Union Council e altri partner istituzionali di tutto rispetto, ha riportato come molti comparti manifatturieri americani potrebbero beneficiare grandemente da una produzione di tipo sostenibile. Utilizzando la metodologia delle Global Value Chain, i ricercatori hanno analizzato approfonditamente alcune tra le tecnologie che possono ridurre le emissioni aumentando considerevolmente i posti di lavoro, lo stesso obiettivo che si è posto Obama in campagna elettorale. I ricercatori di Duke si sono focalizzati su tecnologie come l’illuminazione a LED, la creazione di energia solare, tecnologie per il trattamento di rifiuti e finestre ad alto valore isolante.
Tutti i dati riguardanti questi settori sono più che incoraggianti. Prendiamo ad esempio l’azienda Cree, produttrice di tecnologie LED, che ha base in quella North Carolina specializzata in tessile e mobile che sta pagando la concorrenza cinese con un aumento della disoccupazione e la chiusura di molti stabilimenti specializzati in quei settori. In quella stessa zona, Cree ha cavalcato invece con successo l’onda verde, quadruplicando il numero di occupati dal 2002 e passando dai 228 milioni di dollari di fatturato del 2003 ai 493 del 2008, guadagnando una posizione di leadership a livello mondiale.
Ma i settori interessati da questa nuova filosofia del produrre e dai relativi vantaggi sono molto più numerosi. Basti pensare che in ognuna di queste speciali finestre ad alte performance ambientali, ad esempio, ci sono almeno 10 componenti, che provengono da fornitori che non possono che beneficiare della crescita di questo settore, che secondo il rapporto, rappresenta già il 60% del mercato totale americano.

Ma oltre ai ricercatori di Duke, molti altri studiosi e non solo si sono posti la stessa domanda, e trovando le stesse risposte, hanno cominciato ad investire in questa direzione. Come ad esempio è avvenuto in Gran Bretagna, dove nel piano governativo di rilancio economico è compreso un programma di miglioramento dell’efficienza energetica dell’edilizia pubblica e privata, settore da tempo in difficoltà, che porterebbe, oltre alla riduzione della bolletta energetica di migliaia di cittadini, anche alla creazione di oltre 10.000 nuovi posti di lavoro. O nella Germania di Audi e Bmw, dove ci sono più occupati nel comparto del solare che in quello dell’auto.

Insomma, produrre in modo ecologicamente sostenibile può significare anche produrre economicamente sostenibile.

Valentina



L’Italia della tecnologia verde: parliamo di cogenerazione

9 12 2008

In temi di tecnologie energetiche e del risparmio energetico uno dei settori più interessanti per il mercato italiano è quello della cogenerazione energetica, tecnologia che prevede la produzione combinata e simultanea, in un unico sistema integrato, di energia elettrica e termica in esercizio continuo, partendo da un’unica fonte (fossile o rinnovabile).
I vantaggi forniti da questo tipo di tecnologia sono molteplici, a partire dal significativo risparmio energetico (circa il 30%) rispetto alla produzione separata di energia elettrica e termica di sistemi centralizzati; dal ridotto inquinamento e dalla diminuzione delle  emissioni di CO²) nonché una riduzione degli sprechi delle risorse energetiche tradizionali attraverso un loro utilizzo più efficiente e un annullamento delle perdite di trasmissione lungo la rete di distribuzione.
Una visita presso l’azienda Spark Energy S.p.A. con sede a Possagno (TV), operante da vent’anni nel settore dell’energia e del risparmio energetico, ci ha permesso di approfondire ulteriormente le caratteristiche di questa tecnologia nonché lo stato del mercato italiano. La società è di piccole dimensioni –ha un organico di 23 persone- ma detiene una buona quota del mercato nazionale, quasi l’8%, che in un mercato altamente frammentato e artigianale come quello della cogenerazione è una cifra di tutto rispetto. L’azienda è sicuramente un’esempio di successo imprenditoriale, che ha avuto riscontro anche dal proprio mercato, se consideriamo che il fatturato dell’azienda nell’ultimo anno è più che triplicato, grazie soprattutto alla diffusione della cogenerazione energetica nel settore terziario. La società dal 2006 è parte del Gruppo Riello S.p.A. che ha deciso di entrare nel mercato dell’energia acquisendo Coge Engineering, l’area commerciale, R&D e industriale della cogenerazione e trigenerazione (tecnologia che prevede la produzione di elettricità, riscaldamento e condizionamento) di Spark Energy, istituendo così la Coge Engineering S.r.l., diventata nel 2008 RielloEway, centro di eccellenza di sistemi ad alta efficienza. L’appartenenza a questo grande gruppo industriale è stata sicuramente molto positiva per RielloEway, garantendo sinergie sia dal punto di vista della progettazione e del know how che dal punto di vista commerciale, grazie alla presenza capillare di installatori del gruppo nel territorio italiano. L’azienda è forte anche di know how e competenze tecniche ventennali che le hanno permesso di specializzarsi nella produzione di soluzioni tecnologiche personalizzate che, a differenza dei grandi concorrenti tedeschi e inglesi, permettono flessibilità e modularità degli impianti realizzati.
In Italia, paese ad elevato fabbisogno energetico e fortemente dipendente dall’importazione di energia, solo l’8% della produzione energetica è generato mediante cogenerazione, contro il 53% della Danimarca, il 38% dell’Olanda e il 35% della Finlandia, per citare solo alcuni tra i più virtuosi esempi europei. Naturalmente le lacune - non solo legislative- della politica energetica nazionale italiana, non aiutano di certo lo sviluppo e la diffusione di questa tecnologia nel nostro paese.
Ma il mercato potenziale di questo tipo di tecnologia è molto ampio, soprattutto in prospettiva delle nuove direttive europee in termini di risparmio energetico e riduzione delle emissioni. Infatti, a trarre vantaggio dall’applicazione della tecnologia cogenerativa possono essere attività appartenenti tanto al settore industriale (specialmente industrie alimentari, tessili, conciarie, farmaceutiche, della ceramica, della gomma e delle materie plastiche,…), quanto a quello terziario (ospedali, case di cura, strutture alberghiere e residenziali, uffici e centri sportivi, ecc). E’ proprio a questo secondo settore che RielloEway vuole maggiormente rivolgersi, per fare leva sul potenziale inespresso del mercato dei cogeneratori di più piccole dimensioni, a coprire le necessità di strutture residenziali e di servizi.

RielloEway è il classico esempio di azienda all’italiana, che ha maturato un esperienza ventennale nella realizzazione su commessa e si differenzia dai concorrenti, le grandi straniere Vaillant o Baxi, proprio per la sua capacità di customizzare il prodotto e realizzare impianti flessibili e modulari. Ma ha sviluppato queste caratteristiche tipiche del Made in Italy in un comparto a forte contenuto tecnologico e con un alto impatto a livello ambientale, a ricordarci che il nostro tessuto industriale può avere importanti carte da giocarsi anche in questi settori.

Scila



Il Grande Fratello si tinge di verde

21 11 2008

La sostenibilità ambientale è ormai diventata una questione di costume. Lo so con certezza, dopo aver scoperto che esiste un Grande Fratello versione eco-sostenibile, con tanto di gruppo su YouTube che ne raccoglie “il meglio di”. Il programma in questione si chiama the Human Network Live Effect, ed è un programma, tutto on-line, che raccoglie le dirette su una casa ad emissioni zero e la vita dei suoi cinque abitanti, blogger, giornalisti, professori e una Perego di turno, a fare da presentatore e mediatore delle varie discussioni e interviste che hanno luogo nella casa. Il posto di Endemol è stato coperto da Cisco che ha fornito anche avanzate tecnologie di comunicazione e di rete, insieme ad altre aziende attive nel campo della sostenibilità come il Gruppo Loccioni, Enel e Whirpool. L’idea del format è originale: mettere in onda un esempio di come si possa vivere (almeno per una settimana) in modo assolutamente sostenibile. A partire dalla casa, tecnologicamente innovativa, fornita di pannelli solari termici e fotovoltaici, con soluzioni di building automation e dotata di monitoraggio continuo della qualità dell’aria interna e di ventilazione meccanica con recupero di calore. La casa è addirittura dotata di una micro centrale elettrica nonchè di sistema di produzione, stoccaggio e riutilizzo di idrogeno per la generazione elettrica. Ma nella Leaf Community non si vive solo in una casa a zero emissioni di CO2: ci si sposta con mezzi elettrici o ad idrogeno, si portano i bambini in una scuola ad energia solare e si lavora in edifici ecocompatibili che funzionano grazie all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

Il programma sembra davvero completo, ed è stato arricchito dalla presenza di varie guest star, da Federico Moccia a Jovanotti, che sono state intervistate dagli inquilini sulle tematiche della sostenibilità.

Un piccolo esperimento, sicuramente a basso impatto non solo sull’ambiente ma anche sull’opinione pubblica, ma di certo un caso interessante di come si possano comunicare e realizzare, in maniera innovativa, i concetti dell’eco-sostenibilità.

Valentina



IT e energia: matrimonio possibile? Apple e Dell ci provano

1 08 2008

La tecnologia può avere un impatto positivo per l’ambiente, sviluppando innovazioni utili nella riduzione dell’uso di materie prime e di energia. Ma quando si parla di IT, sembra che l’ago della bilancia penda più verso il lato negativo, sia per quanto riguarda il lato software che quello hardware.

Secondo uno studio dell’ IZT institute di Berlino presentato al CeBIT di Hannover, ad esempio, sembra che l’impatto della semplice navigazione in internet sia a dir poco spropositata. Secondo il professor Siegfried Behrendt un avatar comunemente usato in Second Life consumerebbe la stessa quantità di energia di un brasiliano (!).

Anche per quanto riguarda i prodotti di elettronica e i computer in particolare i dati non sono dei migliori. Secondo il Greener electronics guide, un affascinante ecoguida ai prodotti elettronici curata da Greenpeace, pochi dei grandi colossi hi-tech prendono la sufficienza nella pagella della sostenibilità, colpa di una scarsa attenzione alla riciclabilità dei prodotti e all’efficienza (energetica e di consumo di materie prime) dei processi. Ad aggravare uno scenario già fosco, la notizia che il solo settore dell’ICT è responsabile di almeno il 2% delle emissioni di gas serra a livello globale.

Come stanno rispondendo le aziende imputate? Sicuramente non ignorando questa problematica, che in tempi di caro gasolio e documentari sul global warming, sta attirando sempre di più l’attenzione dei consumatori.
Alcune aziende (IBM e Intel tanto per fare due nomi), stanno investendo per entrare i nuovi mercati più green, sviluppando tecnologie energetiche solari o simili; secondo Rhone Resch, responsabile della Solar Energy Industries Association (SEIA), “virtualmente ogni chipmaker sta soppesando un ruolo nel solare”.

Ma anche altri nomi noti del settore dell’informatica stanno cercando di lavare la propria immagine spostandosi verso produzioni più green, apportando modifiche ai propri prodotti o sviluppando nuovi modelli campioni di sostenibilità (o almeno questo è l’obiettivo dichiarato). Come i nuovi eco-book di Asus, con il case in bambù e altre caratteristiche che fanno felici gli ambientalisti.
O come Apple che ha brevettato una tecnologia che permetterà di ricoprire le superfici dei propri prodotti, dal MacBookAir all’IPod con sottilissime celle solari che permetteranno una ricarica completamenteeco-friendly. Ma questa è solo una delle tante iniziative in questo campo promosse da Apple, che si sta difendendo così dalle pesanti accuse di produrre PC e gadget vari altamente inquinanti, sia per i materiali tossici usati nella produzione che per la scarsa attenzione alla riciclabilità degli stessi.
Interessante è anche il caso di Dell, che si è autodefinita “the greenest technology company on the planet” e ha tutta l’intenzione di diventarlo. Grazie a nuovi prodotti come il Dell Studio Hybrid, un nuovo sistema desktop ultra-compatto stile Mac-Mini che consuma però fino al 70% in meno di un PC desktop normale ed è costruito con materiali riciclabili. Ma grazie soprattutto ad un’attenzione agli impatti ambientali in tutte le fasi del processo produttivo, dal design dei nuovi prodotti alla produzione e distribuzione, facendo in modo di ridurre l’impiego energetico anche nell’uso del prodotto, così come la riciclabilità dello stesso alla fine del suo ciclo di vita.

Anche in questo settore, dunque, molte rotte sono state aperte per dirigere la produzione verso obiettivi più green, che coniugano redditività con l’attenzione all’ambiente.

Valentina



La tecnologia salverà il mondo

5 07 2008

Siamo stati abituati a pensarlo per gran parte della nostra storia di umanità: la tecnologia, forma attraverso la quale si materializza il progresso, apporta dei miglioramenti indispensabili e utili alla vita dell’uomo. Ora molti scienziati ed imprenditori stanno scommettendo sul fatto che la tecnologia potrà salvare anche la terra dagli effetti negativi e dalle trasformazioni, secondo alcuni irreversibili, che l’attività umana sta apportando nell’ecosistema.
Effetto serra, cataclismi climatici, innalzamento delle temperature e del livello delle acque sono ormai minacce la cui veridicità è presa ormai per assodata.
Ma nonostante i molti allarmisti, i documentari d’autore, i rapporti scientifici di stimati istituti di ricerca e ministeri di mezzo mondo, che dimostrano come la colpa di questi cambiamenti dipenda dall’attività dell’uomo, gli inquilini del pianeta sembrano non volerne sapere di cambiare il proprio stile di vita.

E allora se non si possono eliminare le cause, perchè non agire sugli effetti? Questa almeno sembra essere la visione di molti scienziati, e, ancora più interessante di molti imprenditori. Secondo un recente articolo pubblicato da repubblica, solo in America sono almeno 400 le aziende private la cui missione societaria è la riduzione della CO2 emessa. E ancora più interessante, è sapere che la società di consulenza Point Carbon stima che in soli 2 anni il numero di queste aziende di Geo-engineering sarà tre volte più grande, forse anche di più, se la prossima amministrazione americana introdurrà dei tetti più stringenti all’inquinamento industriale.

Le proposte avanzate da queste società sono le più disparate e alcune ricordano delle soluzioni da fumetti Marvel. Come quella proposta dalla Global Research Technologies che produce aspiratori giganti in grado di assorbire l’anidride carbonica dall’aria e, attraverso una serie di reazioni chimiche, trasformarla in materiali inerti da seppellire in località isolate.
O quella proposta dal premio nobel Paul Crutzen di spruzzare delle specie di mega-aerosol di zolfo nella stratosfera per schermare la luce del sole e raffreddare la Terra. O quella proposta da Climos e Planktos, che propongono un simile approccio ma nel profondo dei mari, disseminando gli oceani con polvere di ferro per aumentare la presenza di fitoplancton, che è in grado di assorbire CO2.

Efficaci soluzioni o progetti allampanati? Difficile dirlo. Sicuramente però, un business interessante, se perfino l’influente think tank dell’American Enterprise Institute gli ha dedicato un convegno e se il numero di aziende che scelgono si scommettere su questo settore è in aumento esponenziale.

Valentina



Ricerche ecologiche

15 04 2008

Oggi in Australia è stato presentato il motore di ricerca
ecocho.com e lanciato contestualmente in altri 14 paesi.
Che cos’ha di particolare rispetto ai motori di ricerca ai quali siamo abituati? Nulla sotto l’aspetto tecnico, in effetti si tratta di una semplice maschera che permette agli internauti di effettuare ricerche utilizzando i conosciuti yahoo o google. La novità sta nella missione di Ecocho: per ogni mille ricerche verranno piantati fino a due alberi, in modo da compensare l’emissione dei gas serra. Oltre alla homepage vi sono importanti strumenti accessori che lo rendono compatibile con i più noti social network quali facebook, myspace…
Il fondatore di Ecocho, l’australiano Tim Macdonald ricorda come solo in australia vengano effettuate al mese 800 milioni di ricerche su internet dunque, proiettando queste cifre a livello mondiale, si può facilmente capire l’elevato potenziale di questa iniziativa.
Il modello di business su cui si fonda è molto semplice: tramite advertising sul sito offrire un servizio di ricerche informatiche gratuito.
Ecocho acquisterà crediti di emissione di carbonio attraverso il New South Wales Government Greenhouse Gas Abatement Scheme (GGAS), mentre la KPMG avrà il compito di controllare l’acquisizione, la registrazione e il ritiro dei crediti del carbonio. La strategia della società prevede, una volta preso piede il progetto, il reinvestimento del 70% del fatturato in rediti di emissione di carbonio e la messa in atto di ulteriori progetti che hanno a che fare con la sostenibilità ambientale.
L’iniziativa è indubbiamente interessante e personalmente ritengo sia utile investirci e promuoverla il più possibile ma sarà altresì importante svolgere tutti noi uno sforzo di monitoraggio continuo perchè le promesse siano mantenute.

Nicholas