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	<title>SuStAiNaBiLiTy</title>
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	<description>Per una sostenibilità evolutiva</description>
	<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:08:20 +0000</pubDate>
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		<title>Electrolux e la sostenibilità attivata: atto primo</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>

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		<description><![CDATA[Non servono molte introduzioni per presentare Electrolux. Il gruppo svedese si è guadagnato negli anni una posizione di leadership assoluta nella produzione di elettrodomestici da consumo e professionali, distribuendo ogni anno più di 40 mila aspirapolvere, asciugatrici e forni in più di 150 paesi.
Ma forse meno si sa sulla sua, recente ma non troppo, conversione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non servono molte introduzioni per presentare <a href="http://www.electrolux.com/welcome_to_electrolux.aspx" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.electrolux.com');">Electrolux</a>. Il gruppo svedese si è guadagnato negli anni una posizione di leadership assoluta nella produzione di elettrodomestici da consumo e professionali, distribuendo ogni anno più di 40 mila aspirapolvere, asciugatrici e forni in più di 150 paesi.</p>
<p>Ma forse meno si sa sulla sua, recente ma non troppo, conversione verde. Conversione forse non è il termine adatto per descrivere un percorso la cui prima tappa risale al 1986, un era geologica fa in termini di consapevolezza del consumatore e di legislazione sul tema, e che si è sviluppato in modo incrementale. All&#8217;inizio, fu la normativa. Una serie di provvedimenti restrittivi in termini di materiali cui non era concesso l&#8217;utilizzo furono l&#8217;occasione per l&#8217;azienda per cogliere la necessità di capire il proprio impatto ambientale per prevenire i cambiamenti legislativi, piuttosto che subirli passivamente. Ma ben presto l&#8217;<a href="http://www.greenspirit.it/filiera/Default.aspx" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.greenspirit.it');">approccio ambientale del gruppo</a> è entrato nel vivo della strategia di Electrolux, ben oltre le scrivanie degli uffici qualità o conformità , fino nel vivo dei tavoli decisionali. Si è partito dal rivedere i processi produttivi, in uno sforzo di riduzione degli sprechi di energie e materie prime che ha coniugato i principi dell&#8217;eco-efficienza con dei ritorni economici di breve.</p>
<p>Ma le innovazioni più interessanti sono quelle che hanno riguardato da un lato i prodotti. Ogni prodotto è progettato per minimizzare energia, acqua e detersivi impiegati per farlo funzionare, ma anche garantire lo smaltimento e il riciclo alla fine del ciclo di vita. I materiali impiegati sono i più ecologici possibile e non tossici, rispettando standard più rigidi di quelli imposti dalle normative vigenti. Anche il trasporto dei prodotti è stato rivisto secondo principi di sostenibilità: si è cercato di minimizzare l&#8217;utilizzo di trasporto su gomma, a favore di rotaia o dell&#8217;intermodalità, o almeno di limitarlo ai soli camion a basse emissioni.</p>
<p>Ma quello che è più interessante è che l&#8217;azienda ha rivolto i propri sforzi non solo a ridurre gli impatti nel proprio processo produttivo, ma ha coinvolto altri attori, all&#8217;esterno dei cancelli aziendali. </p>
<p>I primi sono i consumatori: le più importanti riduzioni degli impatti avvengono infatti in fase di consumo del prodotto, che è progettato perchè il consumatore, nell&#8217;uso dello stesso, possa minimizzare i consumi. Il consumatore è quindi coinvolto attivamente:,non è solo soggetto passivo di un comunicazione sulle buone pratiche ambientali del produttore. L&#8217;elettrodomestico acquistato lo abilita nel realizzare comportamenti virtuosi ma allo stesso tempo gli dà dei ritorni immediati, non solo in termini etico-valoriali ma soprattutto in termini economici, permettendo risparmi che, specialmente in periodi di crisi, sembrano un argomento più convincente nella scelta d&#8217;acquisto del solo contributo alla salvaguardia dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Gli altri soggetti attivati dall&#8217;azienda grazie alla propria politica di sostenibilità sono i fornitori. Il gruppo, infatti, non si è accontentato di garantire la sostenibilità dei processi produttivi che avvengono all&#8217;interno dei confini dell&#8217;impresa, ma fa un proprio punto di forza l&#8217;evidenziare il controllo delle performance ambientali dell&#8217;intera catena di produzione che porta alla realizzazione del suo prodotto . Il gruppo ha definito uno stringente codice di condotta, che detta standard in termini di rispetto dell&#8217;ambiente, caratteristiche dei prodotti ma anche di salubrità e sicurezza dell&#8217;ambiente di lavoro e condizioni salariali che fa rispettare non solo in ognuno dei 54 stabilimenti di proprietà, ma anche in ognuno dei propri fornitori. Come di consueto, enti verificatori terzi sono incaricati di certificare l&#8217;efficacia di questo sistema.</p>
<p>Una serie così consistente di innovazioni di prodotto, processo e organizzative, implica investimenti significativi, rivisitazioni del sistema organizzativo, uno sforzo consistente in ricerca e sviluppo. Come sono state realizzate queste innovazioni, e come questo percorso ambientale sia diventato la strategia vincente per Electrolux, tanto da ripagare e oltre gli investimenti realizzati, sarà il contenuto della prossima puntata.</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>I perchè del fallimento del COP15</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 16:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Confronto Internazionale]]></category>

		<category><![CDATA[Emissioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il COP15, da poco conclusosi nella fantastica cornice di Copenaghen, è un summit che ha riunito i capi dei governi mondiali (189 dicono) per creare un protocollo per fronteggiare il cambiamento climatico riducendo la produzione di gas serra. Oggetto delle speranze di chi auspica un intervento legislativo per imporre un modello di produzione e consumo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il COP15, da poco conclusosi nella fantastica cornice di Copenaghen, è un summit che ha riunito i capi dei governi mondiali (189 dicono) per creare un protocollo per fronteggiare il cambiamento climatico riducendo la produzione di gas serra. Oggetto delle speranze di chi auspica un intervento legislativo per imporre un modello di produzione e consumo più sostenibili, si è dimostrato un fallimento annunciato.</p>
<p>Per capire le ragioni del fallimento di questo evento tanto atteso, mi affido all&#8217;interessante e disincantata <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/8426835.stm" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/news.bbc.co.uk');">analisi</a> del fallimento scritta da <a href="http://www.bbc.co.uk/blogs/thereporters/richardblack/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.bbc.co.uk');">Richard Black</a>, corrispondente per gli argomenti ambientali della BBC.</p>
<p>In primis, <strong>governi chiave</strong> non volevano veramente raggiungere obbiettivi stringenti. I grandi paesi in via di sviluppo, Brasile, Sud Africa, Cina e India, responsabili di una crescente fetta delle emissioni globali preferiscono infatti accordi con regolazioni più informali, in cui obbiettivi sfidanti di riduzione delle emissioni siano fissati ma in cui non sia previsto un sistema di applicazione legalmente vincolante.</p>
<p>Anche la posizione degli<strong> Stati Uniti</strong>, pecora nera numero nella classifica mondiale degli inquinatori, non ha favorito il raggiungimento di grandi obbiettivi. L&#8217;amministrazione Obama ha sicuramente inferto una sterzata alla politica americana in materia dai tempi in cui era guidata dalla famiglia di petrolieri Bush. Tuttavia è chiaro come dietro le buone intenzioni di Obama ci sia un congresso più che recalcitrante ad approvare ogni provvedimento <em>green</em>. Nonostante i positivi segnali dati in primis dalla <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/11/26/clima-sui-gas-serra-svolta-di-obama.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/ricerca.repubblica.it');">presenza</a> del presidente americano al summit, dalla legge con cui ha cercato di bypassare il dissenso interno al senato e dalle <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/18/il-summit-un-passo-dal-flop-gli.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/ricerca.repubblica.it');">risorse promesse</a> durante il summit stesso, sembra poco credibile che riesca a trascinare il congresso ad approvare una svolta green. <em>Bad timing</em>, come dice Richard Black ricorda il momento di fragilità del leader americano, che si sta già spendendo, con evidenti difficoltà, su un altro fronte controverso: la riforma della sanità.</p>
<p>Anche la gestione del summit da parte della <strong>Danimarca</strong> non è stata delle migliori, sollevando più di qualche malumore. Secondo Black, lo staff, a partire da Rasmussen, non si è dimostrato all&#8217;altezza né nel gestire la complessa macchina burocratica sottostante incontri delle nazioni unite né di cogliere e gestire il punto politico dell&#8217;incontro.</p>
<p>Anche l&#8217;<strong>Unione Europea</strong>, ha le sue colpe, nonostante il pacchetto proposto durante il summit fosse il più stringente tra tutti. Ci si sarebbe infatti aspettati un atteggiamento meno remissivo nei confronti dell&#8217;accordo raggiunto dal tandem US-BASIC (Brasile, Sud Africa, India e Cina), che avrebbe potuto trascinare anche altri paesi e soprattutto consacrato il ruolo di leadership per una economia più pulita, che in varie occasioni l&#8217;Europa ha dichiarato come <a href="http://sustainability.viublogs.org/2009/09/23/attenti-al-lupo/" >proprio obbiettivo strategico.</a></p>
<p>Anche la politica del just-in-time con cui <strong>giornali e TV</strong> di tutto il mondo hanno raccontato risulta nella lista dei colpevoli del flop. Black sottolinea infatti l&#8217;immiserimento del giornalismo, che ha contribuito a dare una falsa immagine dei risultati raggiunti: si è puntato a riportare gli altisonanti discorsi dei capi di stato più che a verificare cosa sia effettivamente deciso. Maglia nera anche per le <strong>NGO</strong> e organizzazioni di protesta, bloccati dalla contrapposizione tra il tradizionale appoggio ai paesi in via di sviluppo e la necessità di combatterli in quanto grandi inquinatori.</p>
<p>Insomma, la mappa dei colpevoli del flop è molto ampia. Ora si tratta di capire quale potrà essere nel futuro il ruolo di accordi internazionali, da tutti indicati come fondamentali per evitare le catastrofi annunciate dagli esperti se la questione ambientale continuerà ad essere negletta. O forse di guardare ad altri possibili protagonisti del cambiamento: non più politica e diplomazia ma industria e imprenditorialità.</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>Il verde che c&#8217;è ma non si vede</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/11/24/il-verde-che-ce-ma-non-si-vede/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 17:39:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa abbiamo parlato del fatto che l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente stia diventando un trend in alcuni settori tanto che tutte le aziende si stanno volgendo in un modo nell&#8217;altro in questa direzione. In particolare vi avevo raccontato delle testimonianze di professori, imprenditori, rappresentanti istituzionali che avevo ascoltato ad una convention sul futuro del settore legno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche settimana fa <a href="http://sustainability.viublogs.org/2009/10/19/sostenibilita-un-trend-nel-settore-del-legno-arredo/" >abbiamo parlato</a> del fatto che l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente stia diventando un trend in alcuni settori tanto che tutte le aziende si stanno volgendo in un modo nell&#8217;altro in questa direzione. In particolare vi avevo raccontato delle testimonianze di professori, imprenditori, rappresentanti istituzionali che avevo ascoltato ad una <a href="http://www.futsu.it/core/index.php" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.futsu.it');">convention sul futuro del settore legno arredo</a>, concludendo che, almeno in quel settore, il raggiungimento di obbiettivi di riduzione degli impatti sull&#8217;ambiente sembrava ormai cosa fatta.</p>
<p>Da brava ricercatrice, non mi accontento però delle cose che mi vengono raccontate e mi piace andare a verificare l&#8217;arrosto dietro al fumo. La convention, FUTSU, era ospitata all&#8217;interno di <a href="http://www.exposicam.it/index.asp" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.exposicam.it');">SICAM</a>, fiera internazionale di componenti, semilavorati e accessori per l&#8217;industria del legno-arredo. Quale miglior occasione per verificare se effettivamente portafogli prodotti e processi produttivi delle aziende siano stati modificati per considerare anche gli impatti ambientali?</p>
<p>Munita di taccuino e curiosità mi sono addentrata tra gli stand degli oltre 400 espositori, un viaggio tra i protagonisti del legno arredo italiano che merita raccontare. Oggetto della mia missione in codice era quello di verificare quanti espositori parlassero di sostenibilità ambientale nei loro stand o nelle loro brochure e, nel caso, di cosa effettivamente si trattasse.</p>
<p>Il mio primo avvistamento è un incontro del terzo tipo. Tra le righe della brochure di una piccola azienda di pannelli trovo la menzione &#8220;ecologico&#8221; tra le caratteristiche di prodotto. Mi avvicino con un gran sorriso al venditore che mi spiega che il loro prodotto è ecologico perchè usa legno e non plastica. Insomma, non è veramente ecologico, ma &#8230; cosa non si mette nelle brochure per fare una buona impressione! Comunque, aggiunge il venditore, forse leggendo il mio disappunto, per il futuro stanno cercando di sviluppare nuovi prodotti, questi sì ecologici, utilizzando pellami di riciclo.</p>
<p>Passata oltre, ho cominciato a segnare sul mio taccuino i nomi delle aziende nei cui stand vedevo apparire anche solo un apparenza di verde ed ecologico. Il resoconto è, a prima vista, avvilente. Dei 400 espositori la mia lista non contiene più di dieci aziende. Come interpretare questo dato?</p>
<p>Una prima ipotesi è che quanto ho ascoltato alla convention fosse solo fumo e non ci sia nessun arrosto serio sotto. Che quella della sostenibilità ambientale insomma, sia solo una trovata d&#8217;immagine, che tutti dicono di prendere in considerazione se specificatamente interpellati, ma che non gioca poi nessun ruolo concreto nelle scelte di sviluppo di nuovi prodotti o come fattore importante d&#8217;acquisto. Ma troppe fonti, dal mercato alla politica alla ricerca indicano nella direzione opposta per poter credere appieno a questa tesi.</p>
<p>La vera chiave interpretativa per capire questa differenza sta secondo me invece nella poca capacità delle nostre PMI di settori tradizionali di <strong>comunicare</strong> il loro approccio ambientale. Poche delle aziende che hanno intrapreso un percorso di sostenibilità lo comunicano ai propri clienti e consumatori. Se in generale le aziende italiane hanno ancora poche competenze nella comunicazione, questo problema è ancora più sentito quando si tratta di far leva sulle caratteristiche <em>green</em> dei propri prodotti. Alcune aziende usano le certificazioni (come la ISO14001 o l&#8217;Ecolabel) come segnale del proprio atteggiamento sostenibile, ma per poter usufruire appieno delle potenzialità di mercato legate alla sostenibilità ambientale un logo stampato sul prodotto non sembra sufficiente e una comunicazione più mirata è sicuramente indispensabile. Come ha fatto la friulana <a href="http://www.copat.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.copat.it');">Copat</a>, che da quando ha deciso di controllare la propria impronta sull&#8217;ambiente ha deciso di fare di questi aspetti parte integrante del proprio sforzo comunicativo.</p>
<p>Insomma, per poter parlare di strategia vincente, che coniughi ambiente ed economia, non serve parlare solo di azioni di sostenibilità, ma anche di come queste vengano poi comunicate ai propri consumatori in modo che le aziende possano trarne il relativo premium price o comunque ritorno d&#8217;immagine.</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>Come sopravvivere a Serge Latouche</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/11/05/come-sopravvivere-a-serge-latouche/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 12:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Idee]]></category>

		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>

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		<description><![CDATA[La scorsa settimana a Padova ho avuto l&#8217;onore di partecipare ad un seminario di uno dei più conosciuti e influenti pensatori fautori dello sviluppo sostenibile. Serge Latouche, professore, filosofo, autore di bestseller sul tema tra cui L&#8217;occidentalizzazione del Mondo, Farewell to Growth e Come Sopravvivere allo Sviluppo, è stato tra i primi a portare alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana a Padova ho avuto l&#8217;onore di partecipare ad un <a href="http://www.cab.unipd.it/novita/exit-strategy-crisi-economica-e-teoria-della-decrescita-incontro-con-serge-latouche" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.cab.unipd.it');">seminario </a>di uno dei più conosciuti e influenti pensatori fautori dello sviluppo sostenibile. Serge Latouche, professore, filosofo, autore di bestseller sul tema tra cui <a href="http://www.ibs.it/code/9788833906553/latouche-serge/occidentalizzazione-del-mondo.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.ibs.it');">L&#8217;occidentalizzazione del Mondo</a>, <a href="http://eu.wiley.com/WileyCDA/WileyTitle/productCd-0745646174.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/eu.wiley.com');">Farewell to Growth</a> e <em><a href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__come_sopravvivere_allo_sviluppo.php" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.macrolibrarsi.it');">Come Sopravvivere allo Sviluppo</a>,</em> è stato tra i primi a portare alla ribalta a livello internazionale la necessità di perseguire modelli di sviluppo più sostenibili e in particolare di un modello di decrescita felice.</p>
<p>Il punto di partenza delle sua riflessione parte dalla considerazione che il periodo di crisi attuale, che motiva la riflessione sulla sostenibilità di questo modello di sviluppo, affonda le radici ben più lontano delle attuali e pur importanti crisi dei sub prime e dei mercati economico-finanziari.  La crisi che famiglie e imprese stanno affrontando in questo periodo, secondo un interpretazione che mi ha ricordato un po&#8217; un <a href="http://www.firstdraft.it/2009/06/08/la-cause-della-crisi-secondo-enzo-rullani/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.firstdraft.it');">intervento di Enzo Rullani di qualche tempo fa</a>, rappresentano infatti solo la punta di un iceberg di una crisi più ampia, che riguarda l&#8217;intero sistema produttivo. Una crisi economica, una crisi culturale, una crisi antropologica. Insomma, una crisi della civiltà della crescita e del consumo, che aveva nel Fordismo il suo cavallo di battaglia.</p>
<p>In relazione a queste diverse anime della crisi nella crisi, Latouche ha guidato il pubblico curioso di studenti e professori nell&#8217;analisi di tre diverse prospettive di sviluppo.</p>
<p>La prima prospettiva è quella della <strong><em>società della crescita</em></strong>, protagonista delle economie occidentali a partire dalla rivoluzione industriale, e ben rappresentata dalle demonizzate multinazionali e dall&#8217;esasperazione del consumo, che si basa su uno sfruttamento sconsiderato di risorse, considerate illimitate. A questo modello, criticato dai suoi indicatori di benessere (PIL) alla sua considerazione delle risorse fisiche (illimitate) o ai suoi metodi (marketing aggressivo), Latouche, in relazione alla crisi, associa il termine <em>catastrofismo</em>.</p>
<p>La seconda via allo sviluppo è invece quella della <strong>crescita negativa</strong>, cui Latouche affibbia il termine <em>disperazione </em>, visto che non risolverebbe la crisi e porterebbe a un evidente peggioramento delle condizioni economiche e sociali dei più.</p>
<p>La terza via, il modello di sviluppo promosso da Latouche, è invece quello della <strong>decrescita (felice)</strong>, un modello di sviluppo tutto da inventare, in rottura con il passato, che si faccia carico di affrontare i problemi della scarsità delle risorse, dell&#8217;inquinamento, dell&#8217;aumento della popolazione e delle disuguaglianze sociali. Con un linguaggio straordinariamente forbito per uno straniero e con una serie di affascinanti accenti improbabili, Latouche ha infiammato la sala inanellando una serie propositi per raggiungere questo modello di sviluppo. Linee guida che dovrebbero dirottare la società moderna, quella del consumismo sfrenato e della produzione in-consapevole, verso un modello di sviluppo sostenibile in termini ambientali, riducendone l&#8217;impronta ecologica, e sociali, sanando le disuguaglianze tra il nord e il sud del mondo. Latouche ha propugnato l&#8217;importanza della ri-localizzazione, della ri-distribuzione, di un consumo e una produzione più consapevoli, di orientare la ricerca verso nuovi obbiettivi socio-economici. Salvo poi non specificare come si possano raggiungere questi punti, trasformando completamente una sistema produttivo che è ormai radicato nella società. Il programma di Latouche mi è sembrato un po&#8217; la lista dei buoni propositi: un insieme di punti su cui nessuno può dissentire ma senza alcuna indicazione su come raggiungerli. Lo stesso Latouche, messo alle strette su domande che chiedevano concretezza, ha detto che il suo è più uno slogan che un vero programma.</p>
<p>Apprezzo molto l&#8217;opera di Latouche che, coniugando filosofia e spirito rivoluzionario ha portato alla ribalta l&#8217;importanza e l&#8217;urgenza del cambiare il modello di sviluppo attuale, per evitare che la riduzione di combustibili fossili o gli effetti dell&#8217;inquinamento portino presto a una società del <em>catastrofismo</em> o della <em>disperazione</em>.  Tuttavia, credo che lo sforzo vero da fare in questo momento, a livello intellettuale e politico, sia quello di fare un passo in più e, prendendo in considerazione la società e l&#8217;economia esistente, pensare a obbiettivi concreti e realizzabili per traghettarle verso un modello di sviluppo.</p>
<p>A.A.A. intellettuali con proposte concretizzabili per una riconversione cercasi.</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>A New York sfila la moda sostenibile</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 15:34:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Nuovi settori]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 10 al 19 settembre si è tenuta a New York la consueta settimana della moda. In quanto appassionata ed impiegata del settore cerco sempre di tenermi aggiornata sulle novità ed i cambiamenti in atto nel sistema ed è così che sono venuta a conoscenza di alcuni eventi sulla moda sostenibile ospitati proprio in occasione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 10 al 19 settembre si è tenuta a New York la consueta <strong>settimana della moda</strong>. In quanto appassionata ed impiegata del settore cerco sempre di tenermi aggiornata sulle novità ed i cambiamenti in atto nel sistema ed è così che sono venuta a conoscenza di alcuni eventi sulla moda sostenibile ospitati proprio in occasione della kermesse.  Ho fatto ciò che era nelle mie possibilità per potervi partecipare, ed ora sono qui a trasmettervi le sensazioni che ne ho ricavato.</p>
<p>Attraverso Twitter sono venuta in contatto con il progetto di <a href="http://twitter.com/StudyNY" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/twitter.com');">Tara St. James</a>, una giovane newyorkese che attualmente dirige Study NY, un’agenzia che si occupa di <strong>supportare e lanciare stilisti emergenti </strong>nel campo della moda sostenibile. Il suo progetto consisteva nel dar vita ad una piccola collezione di capi versatili e modellati a partire dalla forma più semplice di tutte: il quadrato. Pezze di stoffa quadrate cucite, drappeggiate, riprese e attorcigliate, ma mai tagliate. Questo per dimostrare come si possano creare abiti splendidi senza sprecare tessuto in ritagli. Tessuto, peraltro, non convenzionale: cotoni organici, tinti senza utilizzare sostanze inquinanti, e materiali di recupero, a creare splendide gonne e stole intrecciate a mano. La determinazione e la simpatia di Tara hanno fatto sì che lei riuscisse a raccogliere su Internet tramite donazioni spontanee quasi 7.000 dollari, che le hanno permesso di mettere in piedi una piccola sfilata durante la settimana della moda, proprio a New York, dimostrando quanto sia efficace e vincente il connubio eco-chic.</p>
<p>Sono stata, poi, ad una <strong>preview di moda etica</strong>: uno spazio espositivo, una sorta di fiera in cui numerosi stilisti ed artisti presentano ai visitatori le loro creazioni ad impatto zero: freschi ed eleganti abiti in tessuti naturali (Emesha); gioielli in oro, argento ed acciaio di recupero e pietre dure di scarto o estratte nel rispetto dell’ambiente e della salute dei lavoratori (Moonlight Jewelry by Alluryn, ma anche Castaway Design by Nick Vaverco, Alberto Parada ed Ana Gutierrez); deliziose clutch ricavate da gomma di pneumatici usurati (<a href="http://www.passchal.com/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.passchal.com');">Passchal</a>) o eleganti borse in pelle rivitalizzata e trattata (<a href="http://www.redhandedbags.com/catalog/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.redhandedbags.com');">Redhanded Bags</a>); caldi pullover ottenuti dalla filatura di …Bottiglie di plastica colorata . Opere d’arte di una moda che è consapevole del suo costo per il pianeta e che, proprio per questo, dall’alto delle passerelle abbassa lo sguardo sulla Terra e si serve di quello che è già stato prodotto, piuttosto che produrre dell’altro costoso <em>Nuovo</em>.</p>
<p>Negli States fioriscono sempre più spesso organizzazioni come quella di Tara St. James: non posso dimenticare di citare <strong><a href="http://www.belesprit.net/v2/index.aspx" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.belesprit.net');">Bel Esprit </a></strong>(Debora Pokallus ne è la brillante presidentessa) che insieme a Nolcha ha organizzato gli eventi sulla moda sostenibile e che funge da vera e propria incubatrice per stilisti che vogliano intraprendere una carriera in questo ambito.</p>
<p>La moda che ho visto a New York mi è sembrata divertente, fresca. Sa di nuovo, di adesso, dei problemi dell&#8217;oggi e del domani. Soddisfa la necessità di reinvenzione originale propria di questi artisti contemporanei, che dispongono di materiali non convenzionali e di un nuovo stimolo a creare: la sfida dell’era moderna, salvare il pianeta dal riscaldamento globale. Il mercato della moda sostenibile è in costante crescita (stando ad un rilevamento di ICEA, Istituto di Certificazione Etica e Ambientale, esso attualmente genera un fatturato complessivo di 370 milioni di euro) e si auspica che possa prendere  sempre più piede, soprattutto tra le giovani generazioni. Non viene chiesto, tuttavia, a questa moda, di ridurre drasticamente l’impatto ecologico dell’uomo sulla Terra, né di risolvere in toto il problema dei rifiuti o di avere un ruolo chiave nella riduzione delle emissioni inquinanti. Certo, anche il settore tessile fa la sua parte nel quadro generale, ma la moda è moda, fa quello che sa fare: è un veicolo di espressione, di informazione e di cambiamento. Ecco, ci aspettiamo questo, che cambi i comportamenti e introduca una nuova sensibilità. Uno nuovo stile di vita ecocompatibile… Che vada di moda.</p>
<p>Silvia</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sostenibilità: un trend nel settore del legno-arredo</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/10/19/sostenibilita-un-trend-nel-settore-del-legno-arredo/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 10:42:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Venerdì sono stata a FUTSU, convention dedicata agli ultimi aggiornamenti sull&#8217;industria del legno-arredo. L&#8217;evento, organizzato dal Consorzio Universitario di Pordenone, è stato strategicamente realizzato in concomitanza con il salone internazionale dei componenti e accessori per il mobile, il SICAM, a Pordenone.
Molti i diversi relatori che si sono susseguiti sul palco, provenienti sia dal mondo aziendale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì sono stata a <a href="http://www.futsu.it/core/index.php" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.futsu.it');">FUTSU</a>, convention dedicata agli ultimi aggiornamenti sull&#8217;industria del legno-arredo. L&#8217;evento, organizzato dal Consorzio Universitario di Pordenone, è stato strategicamente realizzato in concomitanza con il salone internazionale dei componenti e accessori per il mobile, il <a href="http://www.exposicam.it" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.exposicam.it');">SICAM,</a> a Pordenone.</p>
<p>Molti i diversi relatori che si sono susseguiti sul palco, provenienti sia dal mondo aziendale che della ricerca o dell&#8217;università. L&#8217;intenso e pretenzioso programma era stato suddiviso in quattro macro sezioni (ambiente, IT, nuovi materiali, trend globali) che declinassero in modo diverso ma complementare quali siano le nuove sfide e prospettive per gli attori del comparto.</p>
<p>aziendale con il tema del rispetto dell&#8217;ambiente.Una rassegna nel nome della sostenibilità ambientale, come è stato chiaro già dalla scelta dello speaker che ha introdotto FUTSU, Gabriele Centazzo, l&#8217;imprenditore di Valcucine noto per aver legato il suo successo. Nonostante fosse teoricamente l&#8217;argomento solo della prima sessione, l&#8217;ambiente e lo sviluppo sostenibile sono stati in qualche modo il lait motiv dell&#8217;intera giornata. Non solo discutendo di strategie di comunicazione e innovazione (con le testimonianze di <a href="http://www.copat.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.copat.it');">COPAT</a> e IKEA e i rapporti di Federlegno Arredo) ma anche affrontando i temi dei nuovi materiali, vuoi perchè realizzati a partire da materiali riciclati, vuoi perchè realizzati riducendo l&#8217;impiego di energia e materie prime fossili, vuoi perchè implichino processi di produzione meno impattanti sull&#8217;ambiente.</p>
<p style="text-align: left">La ricorrenza delle tematiche della sostenibilità sembra essere un indice del fatto che essa rappresenta uno dei <strong>trend</strong> principali che sta motivando l&#8217;innovazione nel settore. Un elemento che è emerso da quasi tutte le relazioni che hanno toccato questi temi è che essenziale per lo sviluppo e il successo di innovazioni sostenibili è in primo luogo la conoscenza e poi la consapevolezza, sia da parte dei consumatori che delle aziende stesse. In questo senso le certificazioni ambientali si sono dimostrate un utile strumento, nelle parole delle aziende e dei rappresentanti del distretto o delle associazioni industriali, per monitorare le proprie performance ambientali e per comunicarle ai consumatori. Conoscenza, indispensabile per realizzare le innovazioni sostenibili, che spesso viene costruita insieme a soggetti esterni all&#8217;impresa: fornitori o <strong>KIBS</strong>, come il <a href="http://www.catas.it/sito/index.php?page=viewcontent&amp;articolo_id=154" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.catas.it');">CATAS</a>, centro ricerche-sviluppo e laboratorio di prove specializzato nel settore legno-arredo.</p>
<p style="text-align: left">Altro aspetto importante e complementare sottolineato da molti <em>speakers</em> è quello dell&#8217;importanza del considerare tutti gli attori della catena del valore per poter realizzare innovazioni che riducano concretamente l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente, rispettando la legislazione e facendo leva su queste tematiche sul mercato finale. Mi ha stupito molto che soggetti diversi si siano indirizzate nel sottolineare l&#8217;importanza del <strong><em>Life Cycle Thinking</em></strong>: per essere sostenibili è importante selezionare, gestire e controllare anche le fasi a monte e a valle del proprio processo produttivo. Indispensabile in questo senso è la funzione del design, che ad esempio può concepire una cucina in cui tutti i componenti siano facilmente separati gli uni dagli altri, per favorire il riciclo alla fine del ciclo di vita, come l&#8217;<a href="http://www.recyclablekitchen.com/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.recyclablekitchen.com');">ultima cucine Valcucine</a>.</p>
<p style="text-align: left">Anche il ruolo dei <strong>nuovi materiali </strong>sembra essere una frontiera promettente per l&#8217;innovazione sostenibile nel settore del mobile. I bio-polimeri sembrano essere una tecnologia già in grado di sostituire gli equivalenti a base fossile, senza troppi investimenti nei processi produttivi esistenti, per realizzare prodotti quali le schiume o le vernici.</p>
<p style="text-align: left">Insomma, non è sempre vero che le tecnologie alternative non sono già disponibili. Piuttosto forse, esiste un problema di comunicazione e di mancanza di informazioni. Quello che è sicuro, invece, è che in un settore importante per l&#8217;economia italiana come quello del legno-arredo innovazione fa sempre più spesso rima con sostenibilità ambientale.</p>
<p style="text-align: left">Valentina</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ma quanto valgono le tecnologie rinnovabili?</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/10/09/ma-quanto-valgono-le-tecnologie-rinnovabili/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 14:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Nuovi settori]]></category>

		<category><![CDATA[news]]></category>

		<category><![CDATA[Energia]]></category>

		<category><![CDATA[Rinnovabili]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla molto del valore di impianti per la produzione di energia rinnovabile: ma come valutarlo?
I favorevoli alle installazioni di pannelli solari e impianti eolici suggeriscono di considerarli come investimenti di lungo termine, sottolineando i risparmi in bolletta e gli eventuali guadagni per la rivendita dell&#8217;energia al sistema centrale. I puristi dell&#8217;ecologia ne sottolineano soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla molto del valore di impianti per la produzione di energia rinnovabile: ma come valutarlo?</p>
<p>I favorevoli alle installazioni di pannelli solari e impianti eolici suggeriscono di considerarli come investimenti di lungo termine, sottolineando i risparmi in bolletta e gli eventuali guadagni per la rivendita dell&#8217;energia al sistema centrale. I puristi dell&#8217;ecologia ne sottolineano soprattutto il valore in termini di tonnellate di emissioni risparmiate, in centimetri di buco dell&#8217;ozono evitati, in milligradi centigradi di surriscaldamento terrestre in meno. Imprenditori e privati attenti al portafoglio ne considerano soprattutto il prezzo di listino, scoraggiandosi di fronte agli elevati costi di acquisto di impianti fotovoltaici e al lontano <em>break-even-point</em> dei pannelli solari.</p>
<p>Tutti sono interessati a capirne il vero valore, per avere un mezzo per promuovere queste forme di produzione di energia più sostenibile ma anche per comprenderne il potenziale economico, d&#8217;investimento, lo sviluppo futuro. Ma quanto valgono veramente queste tecnologie?</p>
<p>A quanto pare, un nuovo interessante indicatore può aggiungersi alla lista di cui sopra. Sembra infatti esserci una nuova categoria di appassionati del pannello: i <a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/pannelli-solari/pannelli-solari/pannelli-solari.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.repubblica.it');">ladri</a>. E a guardare l&#8217;ammontare della refurtiva,  cento milioni di euro nel solo 2008 e il trend in crescita per il 2009 si direbbe che il prodotto il valore del prodotto non sia da poco. A leggere le cronache locali, il furto di strutture destinate alla produzione di energia rinnovabile è diventato un tormentone in tutta italia, un degno avversario di Rolex e dei gioielli della nonna per il premio miglior refurtiva dell&#8217;anno, soprattutto nelle zone più isolate dove gli eco-ladri possono agire indisturbati.</p>
<p>Sembra che le gang dei ladri di pannelli stiano diventando più temibili dei ladri delle ville. O che i pannelli siano diventati più redditizi delle cassaforti dei signorotti locali. Tanto che è stato messo a punto un <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/14/la-tecnologia-contro-ladri-dei-pannelli-fotovoltaici.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/ricerca.repubblica.it');">dispositivo antifurto</a> apposta per proteggere i panneli solari, con tanto di localizzatore Gps incorporato.</p>
<p>Al termine dell&#8217;operazione chiamata, con gran fantasia, Operazione Kyoto, la squadra mobile di Matera ha inchiodato una banda che operava con gran efficienza, riuscendo a smontare in una sola notte un centinaio di moduli. Niente male per un bottino che non si può certo trasportare nelle tradizionali sacche da ginnastica. La banda del pannello (che con un nome così potrebbe diventare un indimenticabile soggetto cinematografico&#8230;) che per mesi ha terrorizzato gli <em>eco-investitori </em>del Sud Italia aveva trovato anche gli acquirenti: i pannelli venivano infatti spediti via furgone nel Nord Africa, a un terzo del prezzo italiano. Dei Robin Hood moderni, insomma.</p>
<p>Chi l&#8217;ha detto che i paesi più poveri non sono eco-sensibili?</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>Attenti al lupo</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/09/23/attenti-al-lupo/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 07:29:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Confronto Internazionale]]></category>

		<category><![CDATA[Emissioni]]></category>

		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>

		<category><![CDATA[news]]></category>

		<category><![CDATA[Regolamentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Al summit delle nazioni unite a New York sul clima vanno di scena le sorprese.
Ad apertura di lavori, il presidente dell&#8217;Onu Ban Ki Moon ha attirato l&#8217;attenzione sull&#8217;importanza del raggiungimento di un nuovo accordo globale sui livelli di emissioni da raggiungere: dopo il mezzo fallimento del trattato di Kyoto, si vuole evitare che il summit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al summit delle nazioni unite a New York sul clima vanno di scena le sorprese.</p>
<p>Ad apertura di lavori, il presidente dell&#8217;Onu Ban Ki Moon <a href="http://www.in-dies.info/22/09/2009/clima-vertice-onu-new-york/1105" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.in-dies.info');">ha attirato l&#8217;attenzione</a> sull&#8217;importanza del raggiungimento di un nuovo accordo globale sui livelli di emissioni da raggiungere: dopo il mezzo fallimento del trattato di Kyoto, si vuole evitare che il summit di Dicembre a Copenhagen si traduca in grandi slogan ma con un nulla di fatto; &#8220;un falllimento sarebbe moralmente senza scuse, economicamente miope e politicamente folle&#8221;. Non usa mezzi termini Ban Ki Moon: il rischio del fallimento del summit è molto molto vicino e, dati alla mano, potrebbe causare una catastrofe ambientale non reversibile.</p>
<p>Come reagiscono le nazioni a questo appello? Al vertice, non mancano le sorprese. Le nazioni infatti che più si sono esposte in questo summit sono proprio gli<a href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/ambiente/prova-clima/promesse-pechino/promesse-pechino.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.repubblica.it');"> Stati Uniti e la Cina</a>, che come si ricorderà sono state finora le più restie ad impegnarsi su questi fronti, non aderendo al trattato di Kyoto e continuando a favorire politiche energetiche basate sui carburanti fossili. Rappresentando quindi a tutt&#8217;oggi due tra le nazioni più inquinanti in assoluto, il 24% del totale mondiale (del 2007) di emissioni di CO2 la Cina, il 21% l&#8217;America. Obama ha parlato di una svolta rispetto all&#8217;amministrazione Bush, sottolineando la gravità della situazione e prospettano un ruolo per l&#8217;America da paese leader nella <em>green economy</em>. Hu Jintao non è stato da meno, annunciando &#8220;tagli notevoli&#8221; alle emissioni entro il 2020. Posizioni impensabili anche solo due anni fa, con l&#8217;amministrazione Bush che negava l&#8217;evidenza dell&#8217;incombenza del disastro e la Cina che si nascondeva alle sue responsabilità di inquinatore dietro alla motivazione di essere un&#8217; economia emergente.</p>
<p>Ma che fatti aspettarsi dietro a questi slogan altisonanti? A livello concreto sembra che le buone volontà dei due leader si trasformino in pochi progetti concreti e si scontrino con una effettiva resistenza nei loro paesi. A Washington le lobby del petrolio sono riuscite a fare arenare una legge sul risparmio energetico e anche nella Cina della crescita miracolosa molte aziende sono contrarie alla regolamentazione delle emissioni produttive, a favore di un liberismo selvaggio in materia di metodi di produzione e livelli di inquinamento permessi. Ma paradossalmente, queste problematiche sono le stesse che caratterizzano i cosiddetti &#8220;paesi virtuosi&#8221; in cui teoricamente dovrebbe rientrare anche l&#8217;Italia come parte dell&#8217;Unione Europea, <em>first mover </em>e aspirante leader nell&#8217;impegno di ridurre le emissioni e riconvertire l&#8217;apparato produttivo verso la green economy delle rinnovabili e dei prodotti e ridotto impatto ambientale. Nonostante i proclami e gli impegni fissati, sembra che non tutti gli stati europei saranno in grado di raggiungere gli obbiettivi fissati per il 2020. (Ogni riferimento all&#8217;Italia è, ovviamente, puramente casuale). Alle difficoltà effettive di riconvertire un apparato produttivo ancorato da decenni all&#8217;utilizzo di energie fossili e allo sfruttamento incontrollato delle risorse si aggiunge il problema dell&#8217;importanza di un cambiamento <em>sinergico</em>, in cui siano coinvolte tutte le nazioni. Che senso ha che noi investiamo tanto nella purificazione dei nostri impianti se poi in Cina, India e Russia vengono usati ancora impianti a carbone, utilizzati materiali tossici e sfruttate completamente le risorse naturali?</p>
<p>Il problema è che se uno stato inquina anche gli altri ne patiranno le conseguenze, e se non tutti partecipano alla lotta alla riduzione del buco sull&#8217;ozono e al fermare l&#8217;innalzamento della temperatura terrestre, i risultati saranno dimezzati: gli economisti parlerebbero di esternalità negative e di conseguenti comportamenti da <em>free rider</em>. Con le nazioni &#8220;virtuose&#8221; che si nascondono dietro i ritardi delle ultime della classe, e quest&#8217;ultimo dietro lo status di paesi emergenti.</p>
<p>Come uscire da quest&#8217;empasse? Affinchè tutti gli stati facciano la loro parte, è indispensabile il ruolo degli accordi internazionali. Grandi attese dunque, per il summit di Dicembre a Copenhagen. Soprattutto è necessario che quanto viene deciso sia poi effettivamente rispettato da tutti. Senza aspettative di condoni.</p>
<p>Valentina</p>
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		<title>Si cambia luce</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/09/08/si-cambia-luce/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 13:36:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Regolamentazione]]></category>

		<category><![CDATA[Aziende]]></category>

		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>

		<category><![CDATA[Eco-efficienza]]></category>

		<category><![CDATA[Energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo tante discussioni e progetti il giorno è arrivato. Dal primo di settembre comincia il cambio generazionale delle lampadine, che vedrà sostituite tutte le lampadine ad incandescenza con le nuove ad alta efficienza energetica.
Il cambiamento, dovuto a un regolamento europeo, prevede una sostituzione graduale, da ultimarsi entro il 2012. La decisione non è un fulmine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo tante discussioni e progetti il giorno è arrivato. Dal primo di settembre comincia il cambio generazionale delle lampadine, che vedrà sostituite tutte le lampadine ad incandescenza con le nuove ad alta efficienza energetica.</p>
<p>Il cambiamento, dovuto a un regolamento europeo, prevede una sostituzione graduale, da ultimarsi entro il 2012. La decisione non è un fulmine a ciel sereno: la discussione del progetto di legge è iniziate nel parlamento europeo molti anni fa, spinta dalle considerazioni sull&#8217;incidenza dei consumi elettrici sul totale delle emissioni e sullo spreco energetico. Che le lampadine a incandescenza fossero dei mostri ecologici, poco efficienti e pure inquinanti (trasformano solo il 5% dell&#8217;energia in entrata in luce) era risaputo da tempo. Eppure il minor costo rispetto alle rivali green come le lampadine fluorescenti, alogene o LED, e le diverse prestazioni le hanno finora date per favorite nel mercato finale. Anche se, <a href="http://ec.europa.eu/news/energy/090901_it.htm" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/ec.europa.eu');">assicurano in europa</a>, il passaggio a queste lampade può permettere il risparmio di 50 euro in bolletta ad ogni famiglia. Colpa della poca lungimiranza e di una scarsa disponibilità dei nuovi prodotti, nelle vetrine mediatiche per le loro migliori performance ma più difficili da trovare nel ferramenta di quartiere o negli scaffali dei grandi magazzini.</p>
<p>Per porre fine a questo circolo vizioso in cui le aziende producevano prodotti di conclamata inefficienza per soddisfare le esigenze di consumatori pigri al cambiamento e attenti ai costi di breve, ci è voluto l&#8217;intervento del terzo soggetto del mercato, lo Stato. La commissione europea si è presa infatti carico di risolvere questa inefficienza e ha scelto questo settore quasi a mascotte per raggiungere gli obiettivi di efficienza energetica e riduzione delle emissioni del pacchetto 20-20-20. Il <em>policy maker</em> si è quindi preso la briga di selezionare le tecnologie efficienti, o meglio, quelle più inefficienti, sostituendosi al libero mercato ingabbiato in un circolo vizioso che non avrebbe, da solo, raggiunto gli obiettivi di sostenibilità ambientale. Con il <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/09/01/addio-lampadine-da-oggi-in-vendita-solo.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/ricerca.repubblica.it');">risultato</a> che, a livello europeo il risparmio in elettricità che si dovrebbe raggiungere sarebbe pari a 10 miliardi di euro con una riduzione di CO di 38 milioni di tonnellate, pari alla produzione di 52 centrali elettriche o a 156 milioni di barili di petrolio in un anno.</p>
<p>E la sostenibilità economica? L&#8217;imposto cambiamento di tecnologia non è stato certo indolore per le aziende del settore. Inutile nascondersi che molte aziende hanno sofferto nel sostenere i costi di una riconversione della propria offerta produttiva (che comunque, vedranno bene di spartire con il mercato finale). Ma per alcune questo cambiamento è diventato fonte di un vantaggio competitivo. Come <a href="http://www.philips.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.philips.it');">Philips</a>, che grazie alla virata vero una produzione di eco-lampadine è ora leader indiscussa del mercato. Fiutando l&#8217;ineluttabilità del cambiamento, si è lanciata, <a href="http://sustainability.viublogs.org/2009/02/09/leco-sostenibilita-di-philips/" >prima</a> dell&#8217;effettiva entrata in vigore della legge, nelle nuove tecnologie, riconfigurando il suo brand, ponendo attenzione a ogni aspetto di inquinamento e consumo dei suoi prodotti e processi produttivi, e comunicando in grande stile il tutto ai consumatori. Cominciando con largo anticipo il cambiamento, si è risollevata e guadagnata, ora, il ruolo di leader nel mercato, e non solo europeo. Vantaggio da <em>first mover</em>, direbbero gli economisti, strategia di medio-lungo termine, i più saggi.</p>
<p>L&#8217;esempio della lampadina, mascotte delle nuove produzioni sostenibili europee, ci insegna che a volte il mercato, da solo, non ce la fa a tenere insieme i tre assi della sostenibilità, ambientale, energetica e sociale e che in questi casi l&#8217;intervento dello stato può essere utile per aumentare il <em>welfare</em> totale, uscendo dai meccanismi inceppati delle inerzie e delle <em>path dependencies</em> tecnologiche. E tuttavia Philips ci conforta, confermando che c&#8217;è spazio nei nuovi scenari verdi per aziende che decidono di investire nel design, nei processi, nella comunicazione in sostenibilità. La necessità di migliorare le performance ambientali prodotti e processi produttivi sembra ormai ineludibile: la differenza tra chi vince e chi perde alla fine si giocherà anche sulla capacità di essere pro-attivi rispetto al cambiamento.</p>
<p>Valentina</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rinverdire le catene del valore globali</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/07/15/rinverdire-le-catene-del-valore-globali/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 08:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Aziende]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono appena tornata da un intensa settimana in America dove ho partecipato ad un&#8217;intenso workshop in cui si è discusso di upgrading e catene del valore globali. A parte i chili di troppo, imprescindibili dopo una settimana negli States, mi sono portata a casa un bel po&#8217; di interessanti riflessioni che voglio condividere su questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono appena tornata da un intensa settimana in America dove ho partecipato ad un&#8217;intenso <a href="http://www.dukeviuworkshop.org/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/article/www.dukeviuworkshop.org');">workshop </a>in cui si è discusso di <em>upgrading</em> e catene del valore globali. A parte i chili di troppo, imprescindibili dopo una settimana negli States, mi sono portata a casa un bel po&#8217; di interessanti riflessioni che voglio condividere su questo spazio.</p>
<p>Nel contesto di una crescente frammentazione dei processi produttivi su scala globale, gli occhiali adatti per interpretare la nuova divisione del lavoro sembrano non poter prescindere dall&#8217;analisi dell&#8217;intera catena del valore in cui le aziende sono coinvolte. Nel workshop si è cercato di comprendere le possibilità di <em>upgrading, </em>miglioramento, innovazione, delle aziende che partecipano a queste catene del valore, non più solo a livello economico ma anche sociale e ambientale. La letteratura finora si era concentrata solo sul primo, individuando nella tipologia di <em>governance</em> della catena e nelle capacità delle singole aziende i fattori fondamentali che determinano le possibilità di <em>upgrading</em>.</p>
<p>Una prima interessante novità ufficializzata nel workshop è stato proprio lo spostamento dell&#8217;attenzione verso un altro tipo di upgrading, sociale e, soprattutto, ambientale insieme a quello economico, comunque imprescindibile. Il che, inserito in un contesto centerario in cui le aziende sono state considerate come meri attori economici atti a massimizzare il profitto non è cosa da poco. Il workshop ha segnato l&#8217;inizio di una nuova agenda per gli studi sulle <em>global value chain</em>, in un crescente interesse per le dinamiche ambientali su cui sembra si vorrà scommettere per molti anni a venire.</p>
<p>Interessante in questa prospettiva è stato il riconoscere come l&#8217;innovazione ambientale possa comportare la riconfigurazione delle catene del valore. Da un lato, per poter creare nuovi prodotti sostenibili è necessario cambiare il proprio sistema di relazioni, come per quanto si è visto per il settore dell&#8217;auto in cui nuovi soggetti si stanno sostituendo e quelli tradizionali. Per creare l&#8217;auto elettrica infatti non bastano più fornitori specializzati nella creazione di ingranaggi ma entrano in scena tutta una nuova serie di attori come i fornitori di batterie elettriche. Dall&#8217;altro lato, si dimostra necessario anche una trasformazione del rapporto tra gli attori coinvolti. Le marche di caffè che vogliano vendere un prodotto ecologico devono instaurare un rapporto di partnership con i propri fornitori in Africa per poter garantire il rispetto di determinati standard sui processi produttivi.</p>
<p>Altro interessante aspetto, chiaro nella mente del <em>practitioner</em>s ma finora meno in quella degli <em>scholars</em>, è che queste varie tipologie di upgrading non hanno sempre una convivenza facile, essendo caratterizzate da un trade-off. Trade-off tra upgrading economico e sociale, ma anche tra upgrading ambientale oggi rispetto a domani, tra upgrading economico qui e downgrading in qualunque altro punto della catena. Insomma, un po&#8217; di buon realismo nella letteratura che finora si era concentrata ottimisticamente solo sullo studio delle possibilità di miglioramento, ignorando la rilevanza empirica e la potenza esplicativa dei casi di <em>downgrading</em>. E l&#8217;attuale periodo di crisi rende questa prospettiva ancora più rilevante.</p>
<p>Il dibattito, quindi, si fa più complesso di quello che aveva caratterizzato questa letteratura finora. Come tenere insieme tutti questi nuovi pezzi, dando senso alle dinamiche di riconfigurazione delle catena del valore a livello globale? La risposta, secondo me, sta nel ruolo di singole aziende <em>leader</em>; aziende che siano in grado di interpretare il cambiameto dei tempi implementando contemporaneamente un upgrading ambientale (e sociale) ed economico grazie alla creazione di un sistema di valori che possa essere riconosciuto dal consumatore finale. L&#8217;Italia ha sicuramente qualche carta da giocare in questo senso: vedremo se le aziende raccoglieranno questa sfida.</p>
<p>Valentina</p>
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