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	<title>Comments for SuStAiNaBiLiTy</title>
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	<description>Per una sostenibilità evolutiva</description>
	<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 21:09:06 +0000</pubDate>
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		<title>Comment on Electrolux e la sostenibilità attivata: atto primo by Francesco</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2010/02/17/electrolux-e-la-sostenibilita-attivata-atto-primo/#comment-1267</link>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 18:54:46 +0000</pubDate>
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		<description>Molto interessante. Ne so poco dell'argomento, ma se mi capiterà di acquistare Electrolux da oggi ne sarò un po' più contento. Da uomo della strada dico che il valore del "marchio" oggi si misura anche nella dimensione "verde".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Molto interessante. Ne so poco dell&#8217;argomento, ma se mi capiterà di acquistare Electrolux da oggi ne sarò un po&#8217; più contento. Da uomo della strada dico che il valore del &#8220;marchio&#8221; oggi si misura anche nella dimensione &#8220;verde&#8221;.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by Valentina</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1264</link>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 09:25:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1264</guid>
		<description>Marco, fai bene a ricordare le difficoltà degli accordi sul clima. Presi dalla volontà di stimolare un nuovo modello produttivo ci si dimentica spesso di prendere in considerazione i costi che comporta. Gli stessi milioni di green collar job, a spulciare tra i dati, riguardano, almeno in parte, un cambiamento di nome più che la creazione di fatto di posti di lavoro.

Forse una prima considerazione post-Copenhange è che il modello per cui i policy maker calano dall'alto un modello produttivo che sana tutti i problemi è definitivamente da abbandonare. Presa consapevolezza che i grandi summit internazionali non possono trovare soluzioni convincenti, non veicolando nessuna effettiva volontà visti i costi che comportano, bisogna comunque pensare a come poter risolvere o almeno mitigare il "problema ambientale" che, ci piaccia o no, è destinato a influenzare pesantemente le nostre economie e le nostre vite in generale. Scienziati di tutto il mondo docet.

Come fare? La risposta secondo me sta nel guardare non più, solo, ai policy maker ma alle aziende da un lato, e al consumatore dall'altro, come suggerivate anche voi come protagonisti del cambiamento. Le prime, che in un ottica di medio-lungo termine possano rafforzare il proprio vantaggio competitivo garantendosi la sopravvivenza del proprio business e delle risorse che lo rendono possibile, guadagnando allo stesso tempo "green rents" sui mercati.
I secondi, che con le loro scelte possano orientare la transizione verso modelli di produzione a minor impatto ambientale.

Di nuovo, come fare? Domanda difficile, specialmente in tempi di crisi. Ma in questo campo sì, i policy maker potrebbero giocare un ruolo fondamentale. Non tanto imponendo tasse e limiti quanto piuttosto creando le condizioni perchè questo cambiamento "bottom-up", che passa attraverso le strategie delle aziende e le scelte dei consumatori, possa realizzarsi. 
Ad esempio, pensando a degli standard, validi a livello internazionale, che possano misurare e quindi segnalare i comportamenti "virtuosi", in modo da rendere possibile alla aziende chiedere un premium price per i propri sforzi, e ai consumatori premiare con nozione di causa le alternative più sostenibili.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, fai bene a ricordare le difficoltà degli accordi sul clima. Presi dalla volontà di stimolare un nuovo modello produttivo ci si dimentica spesso di prendere in considerazione i costi che comporta. Gli stessi milioni di green collar job, a spulciare tra i dati, riguardano, almeno in parte, un cambiamento di nome più che la creazione di fatto di posti di lavoro.</p>
<p>Forse una prima considerazione post-Copenhange è che il modello per cui i policy maker calano dall&#8217;alto un modello produttivo che sana tutti i problemi è definitivamente da abbandonare. Presa consapevolezza che i grandi summit internazionali non possono trovare soluzioni convincenti, non veicolando nessuna effettiva volontà visti i costi che comportano, bisogna comunque pensare a come poter risolvere o almeno mitigare il &#8220;problema ambientale&#8221; che, ci piaccia o no, è destinato a influenzare pesantemente le nostre economie e le nostre vite in generale. Scienziati di tutto il mondo docet.</p>
<p>Come fare? La risposta secondo me sta nel guardare non più, solo, ai policy maker ma alle aziende da un lato, e al consumatore dall&#8217;altro, come suggerivate anche voi come protagonisti del cambiamento. Le prime, che in un ottica di medio-lungo termine possano rafforzare il proprio vantaggio competitivo garantendosi la sopravvivenza del proprio business e delle risorse che lo rendono possibile, guadagnando allo stesso tempo &#8220;green rents&#8221; sui mercati.<br />
I secondi, che con le loro scelte possano orientare la transizione verso modelli di produzione a minor impatto ambientale.</p>
<p>Di nuovo, come fare? Domanda difficile, specialmente in tempi di crisi. Ma in questo campo sì, i policy maker potrebbero giocare un ruolo fondamentale. Non tanto imponendo tasse e limiti quanto piuttosto creando le condizioni perchè questo cambiamento &#8220;bottom-up&#8221;, che passa attraverso le strategie delle aziende e le scelte dei consumatori, possa realizzarsi.<br />
Ad esempio, pensando a degli standard, validi a livello internazionale, che possano misurare e quindi segnalare i comportamenti &#8220;virtuosi&#8221;, in modo da rendere possibile alla aziende chiedere un premium price per i propri sforzi, e ai consumatori premiare con nozione di causa le alternative più sostenibili.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by Francesco</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1263</link>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 13:58:19 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1263</guid>
		<description>Concordo pienamente.
Primo riconoscere che nel breve e medio periodo lo sviluppo sostenibile può comportare maggiori costi. Secondo, parte della soluzione può venire dal "mercato". Se i consumatori premiano il prodotto "green" e non il "vecchio" metodo produttivo non necessitiamo di imposizioni dall'alto per la sostenibilità economica.

Per un accordo internazionale… Forse la soluzione può avvenire ancora dal basso. Per i governi supportare soluzioni "green" che sono già preferite rispetto a quelle più inquinanti sarà più facile e soprattutto sarà più facile mantenere l'impegno dato.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo pienamente.<br />
Primo riconoscere che nel breve e medio periodo lo sviluppo sostenibile può comportare maggiori costi. Secondo, parte della soluzione può venire dal &#8220;mercato&#8221;. Se i consumatori premiano il prodotto &#8220;green&#8221; e non il &#8220;vecchio&#8221; metodo produttivo non necessitiamo di imposizioni dall&#8217;alto per la sostenibilità economica.</p>
<p>Per un accordo internazionale… Forse la soluzione può avvenire ancora dal basso. Per i governi supportare soluzioni &#8220;green&#8221; che sono già preferite rispetto a quelle più inquinanti sarà più facile e soprattutto sarà più facile mantenere l&#8217;impegno dato.</p>
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	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by marco</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1262</link>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 10:52:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1262</guid>
		<description>Grazie per i link, sono stati molto utili per ricostruire il dibattito. Mi sento di aggiungere una valutazione a quelle che sono state segnalate su questo blog. La mancanza di un accordo generale al COP15 è anche dovuta alla profonda divergenza di interessi in campo tra paesi sviluppati (USA in testa) e paesi in via di sviluppo (China, India, ecc.). I primi non vogliono riduzioni per non appesantire ulteriormente le proprie industrie provate dalla crisi globale. I secondi vogliono continuare a crescere e  per raggiungere questo obiettivo non vogliono avere le mani legate da accordi ambientali che potrebbero tarpare le ali allo sviluppo industriale (che richiede maggior inquinamento per essere raggiunto). 
Se proprio vogliamo trovare un terreno comune ai negoziati lo dobbiamo cercare nel modo di interpretare lo sviluppo sostenibile. Entrambi i fronti lo vedono di fatto come un costo e non come un investimento. I tanto sbandierati milioni di posti di lavoro dei green collars rischiano di essere soltanto un'abile manovra di comunicazione, perchè quando si arriva al dunque le posizioni politiche cambiano e di molto.
Mi domando se a questo punto non sia necessario cambiare anche il dibattito nel mondo dello sviluppo sostenibile. Invece di parlare delle sorti progressive della nuova industria verde che risolverà magicamente i problemi del pianeta senza penalizzare il PIL perchè non confrontarsi più pragmaticamente con il problema dei costi? Sì, lo sviluppo sostenibile non è un'opportunità economica: è un costo, diciamolo! E' un costo di cui dobbiamo  farci carico con tutte le conseguenze che esso comporta (aumento dei prezzi, nuovi processi produttivi; diminuzione delle vendite, ecc.). Il consumatore finale già dimostra oggi di essere molto attento a questo aspetti tanto da riconoscere un premium price ai prodotti più verdi. Perchè non partire da qui?

Marco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per i link, sono stati molto utili per ricostruire il dibattito. Mi sento di aggiungere una valutazione a quelle che sono state segnalate su questo blog. La mancanza di un accordo generale al COP15 è anche dovuta alla profonda divergenza di interessi in campo tra paesi sviluppati (USA in testa) e paesi in via di sviluppo (China, India, ecc.). I primi non vogliono riduzioni per non appesantire ulteriormente le proprie industrie provate dalla crisi globale. I secondi vogliono continuare a crescere e  per raggiungere questo obiettivo non vogliono avere le mani legate da accordi ambientali che potrebbero tarpare le ali allo sviluppo industriale (che richiede maggior inquinamento per essere raggiunto).<br />
Se proprio vogliamo trovare un terreno comune ai negoziati lo dobbiamo cercare nel modo di interpretare lo sviluppo sostenibile. Entrambi i fronti lo vedono di fatto come un costo e non come un investimento. I tanto sbandierati milioni di posti di lavoro dei green collars rischiano di essere soltanto un&#8217;abile manovra di comunicazione, perchè quando si arriva al dunque le posizioni politiche cambiano e di molto.<br />
Mi domando se a questo punto non sia necessario cambiare anche il dibattito nel mondo dello sviluppo sostenibile. Invece di parlare delle sorti progressive della nuova industria verde che risolverà magicamente i problemi del pianeta senza penalizzare il PIL perchè non confrontarsi più pragmaticamente con il problema dei costi? Sì, lo sviluppo sostenibile non è un&#8217;opportunità economica: è un costo, diciamolo! E&#8217; un costo di cui dobbiamo  farci carico con tutte le conseguenze che esso comporta (aumento dei prezzi, nuovi processi produttivi; diminuzione delle vendite, ecc.). Il consumatore finale già dimostra oggi di essere molto attento a questo aspetti tanto da riconoscere un premium price ai prodotti più verdi. Perchè non partire da qui?</p>
<p>Marco</p>
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	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by valentina</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1261</link>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 09:00:19 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1261</guid>
		<description>Francesco, grazie per i link e l'interessante discussione. 
Hai ragione a sottolineare come si sappia ancora poco sul tema e non ci sia accordo neanche in campo scientifico sugli effetti dell'azione dell'uomo sull'ambiente. A volte sembra che le previsioni scientifiche sugli scenari climatici siano un po' come i sondaggi elettorali (almeno quelli italiani): diversi sondaggi diversi risultati o stessi risultati interpretazioni diametralmente opposte! 
Dal canto mio, da poco esperta in materia non posso che affidarmi a dichiarazioni di geofisici e meteorologi e notare che, il numero di specialisti allarmati per gli effetti delle attività dell'uomo è maggiore di quelli che ritengono si possa prender tempo. 

Anche se, per restare in tema di misure, mi sembra un po' riduttivo fermarsi solo sull'analisi della Co2 emessa, che invece sembra essere l'unico aspetto di sostenibilità al cuore del dibattito politico (se di vero dibattito si può parlare...). Devo ancora trovare qualcuno che mi dissuada dalla convinzione che le emissioni siano l'indicatore più utilizzato per sviluppare politiche solo perchè sono facilmente misurabili e traducibili in indicatori. Ma sostenibilità significa anche scarsità delle risorse come acqua e generi alimentari, non riproducibilità delle premesse del sistema produttivo, per usare un lessico Rullaniano.

In ogni caso, concordo sul fatto che l'incertezza scientifica sugli effetti e sugli obbiettivi da raggiungere così come la difficoltà di misurazione degli stessi sono un tema trascurato ma importante per comprendere i delicati equilibri degli accordi internazionali per uno sviluppo sostenibile.

La domanda quindi ora resta: come progettare un framework internazionale economico prima ancora che politico che permetta una soluzione win-win, che stimoli la partecipazione a un modello produttivo sostenibile per ogni stato membro nonostante le incertezze di cui sopra?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Francesco, grazie per i link e l&#8217;interessante discussione.<br />
Hai ragione a sottolineare come si sappia ancora poco sul tema e non ci sia accordo neanche in campo scientifico sugli effetti dell&#8217;azione dell&#8217;uomo sull&#8217;ambiente. A volte sembra che le previsioni scientifiche sugli scenari climatici siano un po&#8217; come i sondaggi elettorali (almeno quelli italiani): diversi sondaggi diversi risultati o stessi risultati interpretazioni diametralmente opposte!<br />
Dal canto mio, da poco esperta in materia non posso che affidarmi a dichiarazioni di geofisici e meteorologi e notare che, il numero di specialisti allarmati per gli effetti delle attività dell&#8217;uomo è maggiore di quelli che ritengono si possa prender tempo. </p>
<p>Anche se, per restare in tema di misure, mi sembra un po&#8217; riduttivo fermarsi solo sull&#8217;analisi della Co2 emessa, che invece sembra essere l&#8217;unico aspetto di sostenibilità al cuore del dibattito politico (se di vero dibattito si può parlare&#8230;). Devo ancora trovare qualcuno che mi dissuada dalla convinzione che le emissioni siano l&#8217;indicatore più utilizzato per sviluppare politiche solo perchè sono facilmente misurabili e traducibili in indicatori. Ma sostenibilità significa anche scarsità delle risorse come acqua e generi alimentari, non riproducibilità delle premesse del sistema produttivo, per usare un lessico Rullaniano.</p>
<p>In ogni caso, concordo sul fatto che l&#8217;incertezza scientifica sugli effetti e sugli obbiettivi da raggiungere così come la difficoltà di misurazione degli stessi sono un tema trascurato ma importante per comprendere i delicati equilibri degli accordi internazionali per uno sviluppo sostenibile.</p>
<p>La domanda quindi ora resta: come progettare un framework internazionale economico prima ancora che politico che permetta una soluzione win-win, che stimoli la partecipazione a un modello produttivo sostenibile per ogni stato membro nonostante le incertezze di cui sopra?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by I perchè del fallimento del COP15 &#124; Politica Italiana</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1260</link>
		<dc:creator>I perchè del fallimento del COP15 &#124; Politica Italiana</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 00:45:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1260</guid>
		<description>[...] via&#160;http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/       Posted by admin on dicembre 29th, 2009 Tags: America, Estero            Share &#124; [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] via&nbsp;http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/       Posted by admin on dicembre 29th, 2009 Tags: America, Estero            Share | [...]</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on I perchè del fallimento del COP15 by Francesco</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/12/28/i-perche-del-flop-di-copenhagen/#comment-1259</link>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 21:39:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=263#comment-1259</guid>
		<description>Analisi molto interessante e ben riassunta.

Credo che in tema di "climate change" si dica molto, forse troppo. Le analisi più catastrofiche
sono in genere le più pubblicizzate e anche quelle che più spesso vengono smentite.

L'unico punto certo sembra essere che del clima ce ne dobbiamo preoccupare molto per il nostro 
futuro. Ma convincenti politiche di sviluppo sostenibile non ci sono ancora. Basti pensare agli 
scenari di fine imminente delle scorte di petrolio o al tanto discusso surriscaldamento globale 
se è vero che negli ultimi dieci anni la temperatura media è diminuita e non aumentata.

Per rimanere a Copenhagen è molto interessante una breve intervista ad un esperto del clima 
italiano 
(&lt;a href="http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=536" rel="nofollow"&gt;questo il link&lt;/a&gt;). In 
sostanza l'esperto indica come se ne sappia pochissimo sul clima ed in particolare sul reale 
contributo dell'uomo ai danni climatici. Ovviamente ciò non significa che possiamo disinteressarci
delle sorti del pianeta, al contrario, ma diffidare delle soluzioni facili.

Ultima notizia curiosa che ho letto nei giorni scorso è quella relativa al 
&lt;a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cif-green/2009/nov/30/canada-tar-sands-copenhagen-
climate-deal"&gt;Canada&lt;/a&gt;. Il Canada pur 
avendo firmato il protocollo di Kyoto non lo ha rispettato e prosegue nell'estrazione di petrolio 
dalle miniere dell'Alberta.

Insomma, non solo i soliti noti ma anche i paesi considerati più virtuosi abbandonano facilmente 
le politiche di sviluppo sostenibile. Forse l'idea che una grande conferenza ONU armata di solo 
buona volontà potesse mettere d'accordo oltre 100 paesi su una dura linea di rigore per una 
riduzione di emissioni dai risultati incerti… Era forse un po' troppo.

Francesco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Analisi molto interessante e ben riassunta.</p>
<p>Credo che in tema di &#8220;climate change&#8221; si dica molto, forse troppo. Le analisi più catastrofiche<br />
sono in genere le più pubblicizzate e anche quelle che più spesso vengono smentite.</p>
<p>L&#8217;unico punto certo sembra essere che del clima ce ne dobbiamo preoccupare molto per il nostro<br />
futuro. Ma convincenti politiche di sviluppo sostenibile non ci sono ancora. Basti pensare agli<br />
scenari di fine imminente delle scorte di petrolio o al tanto discusso surriscaldamento globale<br />
se è vero che negli ultimi dieci anni la temperatura media è diminuita e non aumentata.</p>
<p>Per rimanere a Copenhagen è molto interessante una breve intervista ad un esperto del clima<br />
italiano<br />
(<a href="http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=536" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/comment/www.svipop.org');" rel="nofollow">questo il link</a>). In<br />
sostanza l&#8217;esperto indica come se ne sappia pochissimo sul clima ed in particolare sul reale<br />
contributo dell&#8217;uomo ai danni climatici. Ovviamente ciò non significa che possiamo disinteressarci<br />
delle sorti del pianeta, al contrario, ma diffidare delle soluzioni facili.</p>
<p>Ultima notizia curiosa che ho letto nei giorni scorso è quella relativa al<br />
<a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cif-green/2009/nov/30/canada-tar-sands-copenhagen-<br />
climate-deal">Canada</a>. Il Canada pur<br />
avendo firmato il protocollo di Kyoto non lo ha rispettato e prosegue nell&#8217;estrazione di petrolio<br />
dalle miniere dell&#8217;Alberta.</p>
<p>Insomma, non solo i soliti noti ma anche i paesi considerati più virtuosi abbandonano facilmente<br />
le politiche di sviluppo sostenibile. Forse l&#8217;idea che una grande conferenza ONU armata di solo<br />
buona volontà potesse mettere d&#8217;accordo oltre 100 paesi su una dura linea di rigore per una<br />
riduzione di emissioni dai risultati incerti… Era forse un po&#8217; troppo.</p>
<p>Francesco</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Il verde che c&#8217;è ma non si vede by ooo</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/11/24/il-verde-che-ce-ma-non-si-vede/#comment-1243</link>
		<dc:creator>ooo</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 20:11:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=260#comment-1243</guid>
		<description>http://www.futurix.it/2009/12/la-bicicletta-20_19.html</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.futurix.it/2009/12/la-bicicletta-20_19.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outbound/comment/www.futurix.it');" rel="nofollow">http://www.futurix.it/2009/12/la-bicicletta-20_19.html</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Come sopravvivere a Serge Latouche by Valentina</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/11/05/come-sopravvivere-a-serge-latouche/#comment-1059</link>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 11:37:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=250#comment-1059</guid>
		<description>Patrizia,
se ti occupi di politiche sono sicura avrai molte più cose da dire di "noi economisti", che abbiamo più modelli teorici che idee pratiche. Finora avevo pensato che la non concettualizzazione del concetto di sostenibilità e il suo relativismo (io mi occupo di aziende, e ogni azienda che dice di essere sostenibile lo fa a modo suo) fossero dei problemi. Come fa un consumatore a comprare un prodotto green se non si sa bene nemmeno che cosa sia migliore in termini di impatto sull'ambiente? e lo stesso come fa a investire un azienda se non si sa ancora bene in cosa?
Però forse, come dici tu, c'è del positivo in questo. La maggior flessibilità che dà il trattare con un argomento in continua evoluzione e dipendente dalle specificità locali può essere un vantaggio, nel senso di non limitare le azioni possibili.
Grazie per aver(ci) fatto riflettere su questo tema.
una piccola precisazione: ci troviamo d'accordo sul ruolo dei singoli e del bottom up. Concordo nel ritenere che la storia sia fatta delle scelte di ognuno, per dirla con filosofia! ;)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Patrizia,<br />
se ti occupi di politiche sono sicura avrai molte più cose da dire di &#8220;noi economisti&#8221;, che abbiamo più modelli teorici che idee pratiche. Finora avevo pensato che la non concettualizzazione del concetto di sostenibilità e il suo relativismo (io mi occupo di aziende, e ogni azienda che dice di essere sostenibile lo fa a modo suo) fossero dei problemi. Come fa un consumatore a comprare un prodotto green se non si sa bene nemmeno che cosa sia migliore in termini di impatto sull&#8217;ambiente? e lo stesso come fa a investire un azienda se non si sa ancora bene in cosa?<br />
Però forse, come dici tu, c&#8217;è del positivo in questo. La maggior flessibilità che dà il trattare con un argomento in continua evoluzione e dipendente dalle specificità locali può essere un vantaggio, nel senso di non limitare le azioni possibili.<br />
Grazie per aver(ci) fatto riflettere su questo tema.<br />
una piccola precisazione: ci troviamo d&#8217;accordo sul ruolo dei singoli e del bottom up. Concordo nel ritenere che la storia sia fatta delle scelte di ognuno, per dirla con filosofia! <img src='http://sustainability.viublogs.org/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Come sopravvivere a Serge Latouche by Patrizia</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2009/11/05/come-sopravvivere-a-serge-latouche/#comment-1058</link>
		<dc:creator>Patrizia</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 22:40:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sustainability.viublogs.org/?p=250#comment-1058</guid>
		<description>Grazie Valentina della risposta.
La mia non era proprio una proposta da prendere sul serio, ma piuttosto uno spunto di riflessione sulla direzione verso cui tendere, appunto. Non sono un'economista e quindi la mia visione è piuttosto naif in questo senso.
Ma mi occupo di politiche e credo che l'attuale assenza di un modello, di una ricetta, di una metodologia della decrescita possa essere anche una forza. Non che non ritenga importante l'identificazione di obiettivi condivisi, come dici tu, e mi piace anche la tua prospettiva sulla possibile futura convergenza del modello "occidentale" e quello della decrescita, ma sono una sostenitrice dell'importanza e dell'efficacia dell'intelligenza distribuita e della capacità negativa delle persone, che Lanzara (1993) definisce come "un agire che, per così dire, nasce dal vuoto, dalla perdita di senso e di ordine, ma che è orientato all'attivazione di contesti e alla generazione di mondi possibili» che ritengo fondamentali per dare un avvio forte, per quanto dal basso, a movimenti come questo.
A livello nazionale, la decrescita viene attualmente portata avanti da Circoli territoriali, ognuno dei quali è impegnato a definire al suo interno cosa significa decrescita, quali confini darle e come applicarla in modo "situato" alle propria realtà locale, non senza un certo grado di coordinamento con il Circolo nazionale. Lo so bene perchè faccio parte del nascente Circolo del Veneto Orientale: l'esperienza non è certo efficiente, ma assicuro che è una miniera di idee e riflessioni, che attenderei ancora prima di vedere codificate e riunite in un unico modello per così dire "centralizzato".
Anche se sono d'accordo che prima o poi l'approccio bottom-up deve congiungersi con uno top-down se si vuole incidere su vasta scala: oggi le persone impegnate sulla strada della decrescita sono ancora decisamente troppo poche per fare massa critica!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Valentina della risposta.<br />
La mia non era proprio una proposta da prendere sul serio, ma piuttosto uno spunto di riflessione sulla direzione verso cui tendere, appunto. Non sono un&#8217;economista e quindi la mia visione è piuttosto naif in questo senso.<br />
Ma mi occupo di politiche e credo che l&#8217;attuale assenza di un modello, di una ricetta, di una metodologia della decrescita possa essere anche una forza. Non che non ritenga importante l&#8217;identificazione di obiettivi condivisi, come dici tu, e mi piace anche la tua prospettiva sulla possibile futura convergenza del modello &#8220;occidentale&#8221; e quello della decrescita, ma sono una sostenitrice dell&#8217;importanza e dell&#8217;efficacia dell&#8217;intelligenza distribuita e della capacità negativa delle persone, che Lanzara (1993) definisce come &#8220;un agire che, per così dire, nasce dal vuoto, dalla perdita di senso e di ordine, ma che è orientato all&#8217;attivazione di contesti e alla generazione di mondi possibili» che ritengo fondamentali per dare un avvio forte, per quanto dal basso, a movimenti come questo.<br />
A livello nazionale, la decrescita viene attualmente portata avanti da Circoli territoriali, ognuno dei quali è impegnato a definire al suo interno cosa significa decrescita, quali confini darle e come applicarla in modo &#8220;situato&#8221; alle propria realtà locale, non senza un certo grado di coordinamento con il Circolo nazionale. Lo so bene perchè faccio parte del nascente Circolo del Veneto Orientale: l&#8217;esperienza non è certo efficiente, ma assicuro che è una miniera di idee e riflessioni, che attenderei ancora prima di vedere codificate e riunite in un unico modello per così dire &#8220;centralizzato&#8221;.<br />
Anche se sono d&#8217;accordo che prima o poi l&#8217;approccio bottom-up deve congiungersi con uno top-down se si vuole incidere su vasta scala: oggi le persone impegnate sulla strada della decrescita sono ancora decisamente troppo poche per fare massa critica!</p>
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