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	<title>Comments on: E se l&#8217;insostenibilità invertisse la globalizzazione?</title>
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	<description>Per una sostenibilità evolutiva</description>
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		<title>By: matteo</title>
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		<dc:creator>matteo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2008 12:13:34 +0000</pubDate>
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		<description>Valentina
complimenti per le ottime fonti che ci hai fornito. Interessante anche la diagnosi di Marco. Ho sottomano un numero di BusinessWeek del 20 Giugno 2008 che titola &quot;Can the U.S. bring jobs back from China?&quot;, nel quale si spiega come, a causa del prezzo del petrolio, le fonderie americane sono ora assolutamente competitive con quelle cinesi sul versante dei costi, ma non sono pronte a cogliere l&#039;opportunità per carenze infrastrutturali, come dice Marco. Del resto sono le stesse carenze infrastrutturali (mancanza di investimenti) nel settore petrolifero ad aver avuto un ruolo decisivo nell&#039;avvicinamento al picco mondiale di produzione del petrolio. Il barile sta già da tempo affliggendo altri settori, come quello aereo (con risvolti forse anche tragici negli ultimi giorni). Pescatori, autotrasportatori, agricoltori, sono costantemente in agitazione per il rincaro dei costi energetici, diretti e indiretti.
Ma se la globalizzazione è inarrestabile, potrebbero esserlo anche i costi energetici, e allora è difficile capire cosa succederà: l&#039;avrà vinta l&#039;evoluzione tecnologica, che permetterà di mantenere bassi i costi di trasporto (a partire dalla riscoperta delle vele per la navigazione oceanica)? La vincerà la recessione economica?
Credo che avremo risposte diverse in settori diversi: del resto la globalizzazione ha tre media, le persone, le informazioni digitalizzate e le merci. Forse è il caso di ritrovare l&#039;entusiasmo che avevamo nei primi anni della New Economy per le potenzialità di digitalizzazione della conoscenza e il suo trasferimento svincolato dai supporti fisici: parlavamo di musica e cultura distribuita via bit, ricette culinarie spedite al posto dei cannoli siciliani, formazione online e telelavoro, e via dicendo. Alcune di quelle ipotesi si sono poi avverate, altre erano forse troppo visionarie. Con i costi di trasporto sempre più alti, i tempi potrebbero essere più maturi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Valentina<br />
complimenti per le ottime fonti che ci hai fornito. Interessante anche la diagnosi di Marco. Ho sottomano un numero di BusinessWeek del 20 Giugno 2008 che titola &#8220;Can the U.S. bring jobs back from China?&#8221;, nel quale si spiega come, a causa del prezzo del petrolio, le fonderie americane sono ora assolutamente competitive con quelle cinesi sul versante dei costi, ma non sono pronte a cogliere l&#8217;opportunità per carenze infrastrutturali, come dice Marco. Del resto sono le stesse carenze infrastrutturali (mancanza di investimenti) nel settore petrolifero ad aver avuto un ruolo decisivo nell&#8217;avvicinamento al picco mondiale di produzione del petrolio. Il barile sta già da tempo affliggendo altri settori, come quello aereo (con risvolti forse anche tragici negli ultimi giorni). Pescatori, autotrasportatori, agricoltori, sono costantemente in agitazione per il rincaro dei costi energetici, diretti e indiretti.<br />
Ma se la globalizzazione è inarrestabile, potrebbero esserlo anche i costi energetici, e allora è difficile capire cosa succederà: l&#8217;avrà vinta l&#8217;evoluzione tecnologica, che permetterà di mantenere bassi i costi di trasporto (a partire dalla riscoperta delle vele per la navigazione oceanica)? La vincerà la recessione economica?<br />
Credo che avremo risposte diverse in settori diversi: del resto la globalizzazione ha tre media, le persone, le informazioni digitalizzate e le merci. Forse è il caso di ritrovare l&#8217;entusiasmo che avevamo nei primi anni della New Economy per le potenzialità di digitalizzazione della conoscenza e il suo trasferimento svincolato dai supporti fisici: parlavamo di musica e cultura distribuita via bit, ricette culinarie spedite al posto dei cannoli siciliani, formazione online e telelavoro, e via dicendo. Alcune di quelle ipotesi si sono poi avverate, altre erano forse troppo visionarie. Con i costi di trasporto sempre più alti, i tempi potrebbero essere più maturi.</p>
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		<title>By: Valentina</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2008/06/28/e-se-linsostenibilita-invertisse-la-globalizazione/comment-page-1/#comment-333</link>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 11:20:05 +0000</pubDate>
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		<description>Concordo con Marco sul fatto che l&#039;insostenibilità di certe produzioni non ha, ne potrà mai avere un ruolo così forte da invertire un processo determinato da altri, più influenti fattori.
Se tuttavia arrestare il processo di globalizzazione è impossibile, credo sia invece possibile che queste tematiche economico-ambientalistiche influenzino la geografia del commercio globale. Perchè se produrre nuovamente in Italia è sicuramente fuori questione, potrebbe essere però interessante rilevare se le aziende italiane decidano di abbandonare gli avamposti cinesi per spostarsi verso più vicine ma comunque economiche mete come l&#039;est Europa o il Magreb.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo con Marco sul fatto che l&#8217;insostenibilità di certe produzioni non ha, ne potrà mai avere un ruolo così forte da invertire un processo determinato da altri, più influenti fattori.<br />
Se tuttavia arrestare il processo di globalizzazione è impossibile, credo sia invece possibile che queste tematiche economico-ambientalistiche influenzino la geografia del commercio globale. Perchè se produrre nuovamente in Italia è sicuramente fuori questione, potrebbe essere però interessante rilevare se le aziende italiane decidano di abbandonare gli avamposti cinesi per spostarsi verso più vicine ma comunque economiche mete come l&#8217;est Europa o il Magreb.</p>
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		<title>By: marco</title>
		<link>http://sustainability.viublogs.org/2008/06/28/e-se-linsostenibilita-invertisse-la-globalizazione/comment-page-1/#comment-332</link>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 07:53:37 +0000</pubDate>
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		<description>Interessante punto di vista. Forse l&#039;aumento del prezzo del petrolio non è tutto quel male che dicono di essere: costringe le aziende ad essere maggiormente &quot;riflessive&quot; e a ripensare le proprie filiere produttive in chiave maggiormente sostenibile. Non credo però che questo da solo sia sufficiente per invertire il processo di globalizzazione (che credo sia inarrestabile). La divisione del lavoro a livello globale è diventata parte integrante di ogni business . Non ci sono bottoni &quot;undo&quot; per tornare immediatamente al punto di partenza. E soprattutto anche se si volesse sarebbe difficile poterlo realizzare. Se pensiamo alle aziende del distretto di Montebelluna (fortemente internazionalizzate), la strategia di rilocalizzazione in Italia è molto difficile: i giovani italiani (giustamente) non vogliono più lavorare in fabbrica e le aziende hanno già sostenuto investimenti all&#039;estero. Per riportare le fabbriche in Italia ci sarebbe bisogno di costruire nuovi capannoni (ma dove?) e aprire ulteriormente i flussi migratori. Entrambe fattori la cui sostenibilità è in forte dubbio. Credo che in sostanza la contabilità in tema di sostenibilità sia ben più complessa di quello che si dica.  Non basta cambiare un fattore per modificare il risultato.

Marco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante punto di vista. Forse l&#8217;aumento del prezzo del petrolio non è tutto quel male che dicono di essere: costringe le aziende ad essere maggiormente &#8220;riflessive&#8221; e a ripensare le proprie filiere produttive in chiave maggiormente sostenibile. Non credo però che questo da solo sia sufficiente per invertire il processo di globalizzazione (che credo sia inarrestabile). La divisione del lavoro a livello globale è diventata parte integrante di ogni business . Non ci sono bottoni &#8220;undo&#8221; per tornare immediatamente al punto di partenza. E soprattutto anche se si volesse sarebbe difficile poterlo realizzare. Se pensiamo alle aziende del distretto di Montebelluna (fortemente internazionalizzate), la strategia di rilocalizzazione in Italia è molto difficile: i giovani italiani (giustamente) non vogliono più lavorare in fabbrica e le aziende hanno già sostenuto investimenti all&#8217;estero. Per riportare le fabbriche in Italia ci sarebbe bisogno di costruire nuovi capannoni (ma dove?) e aprire ulteriormente i flussi migratori. Entrambe fattori la cui sostenibilità è in forte dubbio. Credo che in sostanza la contabilità in tema di sostenibilità sia ben più complessa di quello che si dica.  Non basta cambiare un fattore per modificare il risultato.</p>
<p>Marco</p>
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